La potenza del Sacramento del Matrimonio nel combattimento spirituale

marriageCapita spesso a mio marito di accompagnare uomini e ragazzi che vivono il dramma della separazione. Nulla di particolare: li ascolta, li invita a mangiare una pizza o un sushi, li ascolta ancora, si preoccupa per loro, li chiama al telefono perché desidera mantenere il contatto e li ascolta di nuovo, ma soprattutto fa la cosa più importante, essenziale: prega per loro.

Ogni giorno. Li porta con sé alla Santa Messa quotidiana e all’adorazione, li mette lì, davanti a Gesù.

Mio marito non fa nulla di particolare, ma piuttosto qualcosa di molto speciale: la gratuità, il sacrificio e l’ascolto non sono articoli da banco, ci vuole la ricetta di Gesù.

Quando però il gioco si fa duro, ecco che mette in campo la sua arma segreta (o forse l’ultima spiaggia, non so, devo ancora capire).

“Che ne dici di venire a cena da me il prossimo sabato sera alle 8?” (lui dà l’appuntamento preciso, non lascia appesa all’aria la proposta, vuole una risposta qui e ora).

“Non so… non vorrei disturbare…”

“Dai, ti faccio il risotto!”

Impossibile resistere al suo risotto, che è la prova provata che nulla è impossibile a Dio perché mio marito è pugliese e fino a prima delle nozze mangiava il riso solo in caso di dissenteria.

“Vieni, così parli anche con mia moglie: lei ti potrà dare il punto di vista femminile della tua situazione”.

Se il malcapitato si lascerà trarre in inganno da quel sorriso splendido e dalla promessa di un ottimo pranzo, si ritroverà a condividere pasto e storia di vita con una donna delicata come uno schiacciasassi.

Sono molto sensibile sul tema matrimonio, sono consapevole dei miei errori, devo aver fatto un  copia/incolla con quelli di molte donne che soffrono e fanno soffrire. Quando parlo con le donne spesso condivido i miei sbagli e devo dire che mi capita raramente di incrociare sguardi sorpresi o scandalizzati.

Allo stesso modo riconosco gli errori di mio marito. Non ho mai capito perché nel mio occhio ci deve essere la trave e nel suo la pagliuzza, comunque.

Quando un uomo, durante tali cene, mi racconta di quante pressioni ha ricevuto dalla moglie, quanti soprusi, umiliazioni, vendette, musi lunghi, mancanze di fiducia, tradimenti, incomprensioni, ecc., io chiedo:

“Perché secondo te tua moglie ha deciso di chiedere la separazione?”

Non voglio spostare il problema su di lui, ma vorrei che nel cercare le sue colpe comprendesse che ognuno dei due ha avuto una responsabilità di quel fallimento.

E come certamente mio marito gli avrà detto, “bisogna che parti da te, che riparti da Gesù.”

“Eh già, ma se poi io cambio e lei no?”

Siamo preoccupati di donare gratuitamente. È difficile comprendere che la conversione è una grazia che riversa i suoi frutti su chi la implora, poi, non sappiamo né come né quando, certamente anche sul coniuge.

Siamo disposti a piegare le ginocchia, a digiunare, a riconoscere le nostre colpe senza fissarci sulle ferite ricevute, a chiedere perdono al coniuge e a Dio, per salvare noi stessi, il nostro coniuge e possibilmente anche il matrimonio?

Dice San Paolo nella lettera agli Efesini:

La nostra battaglia infatti non è contro creature fatte di sangue e di carne, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti.
Prendete perciò l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvagio e restare in piedi dopo aver superato tutte le prove. State dunque ben fermi, cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace. Tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio. Pregate inoltre incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi…”

Ricordo ad un incontro con le coppie di sposi, il sacerdote che ci guidava pose questa domanda:

“Non avete mai considerato che un grande atto d’amore è fare celebrare una Santa Messa per il coniuge? Ad esempio, quanti tra voi mariti hanno mai fatto celebrare una Messa per la moglie?”

Silenzio.

Dal fondo della sala si sente una voce che ricorda il primo Troisi: “Scusa don, maaaaa…DA VIVA?”

È stato difficile riportare il clima di serietà dopo una simile richiesta. Ne ridiamo ancora oggi.

La preghiera tra gli sposi è essenziale, linfa vitale, cura le ferite e favorisce la comunione spirituale.

Sì, ma quando l’altro non ne vuole sapere?

Anni fa ebbi il piacere di conoscere di persona Francesco Vaiasuso, un uomo timorato di Dio che è stato posseduto per anni da 27 legioni di demoni. Ora, io non conosco la formazione dell’esercito nemico, non so quante anime nere prendono parte ad una legione, ma credo che qualsiasi numero moltiplicato per 27 dia per risultato una cifra davvero mostruosa.

L’odissea di Francesco ebbe inizio quando aveva quattro anni. La moglie del cugino, per vendetta verso la madre di lui, con la scusa di portarlo a “fare shopping” lo condusse all’interno di un locale in cui si celebrava una messa nera. E lo consacrò a satana.

Francesco adulto e la sua famiglia non vivevano una vita di grazia, quindi il nemico se la godeva dentro di lui senza darsi troppo da fare. Il demonio aveva già posto il cartellino “VENDUTO” sul cuore di Francesco. Proprietà privata.

Francesco però si innamorò di una ragazza che frequentava Gesù e la Chiesa. I problemi iniziarono proprio in quel momento. C’era il rischio per il proprietario di perdere l’acquisito. Il soggetto si stava avvicinando troppo al “nemico”.

I due decisero poi di sposarsi. In chiesa.

L’inquilino si ribellò a tale decisione: il Sacramento del Matrimonio era davvero troppo. L’essere malefico si sentì improvvisamente a “DEFCON 2”, chiamò i rinforzi e così la battaglia ebbe inizio. La vita di Francesco e Daniela diventò un vero inferno.

Ci vollero molti anni e “trattamenti” dei migliori esorcisti quali Padre Amorth, Padre Matteo La Grua o Fra Benigno, per potersi liberare definitivamente (e poter dare testimonianza anche attraverso il libro “La mia possessione”).

Ma quello che ci interessa, nel cercare di comprendere un altro meraviglioso aspetto di questo sacramento, è l’atteggiamento della moglie.

Riporto il testo di un’intervista del 2012:

Coprotagonista della vicenda è la moglie di Francesco, Daniela, cattolica fervente. Attraverso di lei Vaiasuso si avvicina alla Chiesa e proprio in presenza di santi, croci e immagini sacre comincia a manifestare i segni di quella che poi gli verrà diagnosticata come “avversione al sacro”. Daniela usa una semplicità disarmante, al confine con l’ingenuità, quando racconta di Francesco trasformato in serpente o di una casa invasa dagli spiriti nella quotidianità. Il marito, con la faccia seria, racconta: «Mi svegliavo e dicevo a mia moglie: oggi devi apparecchiare per cinque, perché stanno arrivando in tre. Il lieto fine?  Mi sono liberato quando ho scoperto che a 4 anni fui spinto da un’amica di famiglia a bere sangue a una messa nera con demoni di ogni sorta, ma anche da santi chiamati in soccorso». Racconta e a stento trattiene le risate, consapevole che “assurdo” è l’aggettivo più blando che venga in mente. La moglie sorride e aggiunge: «Avevo imparato a riconoscere i demoni, sapevo come reagire. Bastava che mostrassi l’anello nuziale, invocassi il sacramento del matrimonio e intimassi “te ne devi andare”, e Francesco tornava in sé», racconta mimando il gesto che in Sicilia vuol dire “vattene”.

A volte Daniela riusciva a riportare alla normalità Francesco, dove gli esorcisti non erano riusciti.

Francesco mi disse che durante uno di questi “trattamenti” in cui l’esorcista non riusciva a vedere la fine del combattimento, sentiva il nemico dal di dentro che provava un odio feroce verso Daniela; Francesco in quel momento combatteva contro il desiderio di ucciderla.

Al termine della preghiera, ritrovata momentaneamente la pace, Francesco chiese a Daniela il perché di quella reazione straordinaria del maligno: mai visto tanto odio verso di lei.

Daniela svelò il mistero dicendo: “in quel momento nel mio cuore pregavo così: PER LA POTENZA DEL SACRAMENTO DEL MATRIMONIO IO TI ORDINO DI LASCIARE MIO MARITO”.

La Chiesa è molto chiara sulla preghiera di liberazione in caso di disturbi spirituali: solo l’esorcista o il Vescovo (o la persona disturbata stessa) possono ordinare direttamente al demonio di lasciare il corpo. Non può farlo nessun altro. L’esorcista, inoltre, deve essere il sacerdote espressamente incaricato dal Vescovo per svolgere tale servizio nella diocesi.

Le preghiere di liberazione fatte dai laici (e non certo nei rari casi di possessione, perché nessun laico può fare un esorcismo) consistono in richieste fatte a Gesù affinché LUI liberi la persona. Non è mai un ordine dato direttamente al demonio: tale azione costituirebbe un atto di superbia così grande da far crollare ogni difesa divina, sarebbe un tentativo di sostituirsi a Dio e di fare a meno della Chiesa.

Allora Daniela? Perché ha potuto ordinare direttamente a Satana di andarsene?

Perché esiste quel dono straordinario e incommensurabile che è il SACRAMENTO DEL MATRIMONIO: così non sono più due ma una carne sola. (Mt: 19,6)

I due sposi sono come una sola persona, così, come ciascun battezzato può intimare al nemico di andare via da sé (come quando avete la tentazione di mangiare quella splendida tartare di scottona il Venerdì Santo e dite “vattene, lo so chi sei!”), così anche Daniela ha potuto ordinare al nemico di lasciare la carne che è una sola con lei: quella di Francesco.

È stata una scoperta meravigliosa, sia per i coniugi Vaiasuso, sia per mio marito che per me.

Il coniuge quindi può intimare al diavolo di lasciare in pace l’altro coniuge quando comprende che questi si trova nella tentazione, quando l’altro si è allontanato dalla vita di grazia, quando c’è un legame che l’amato non riesce a tagliare, un vizio di cui non riesce a liberarsi.

Quando, quanto e come pregare?

Certamente durante la Santa Messa, durante l’adorazione, o nella recita del Santo Rosario o nella preghiera intima del cuore. Quanto? Gesù ha detto di pregare sempre e incessantemente.

Il dialogo con Lui, il terzo socio nel Sacramento del matrimonio, deve diventare parte della nostra giornata.

Ma c’è un altro momento in cui possiamo pregare nel nostro cuore per la guarigione e la liberazione del nostro coniuge: durante il rapporto coniugale. La presenza dello Spirito Santo si manifesta in quell’atto d’amore che diventa in se stesso un preziosa preghiera.

È però importante vivere in grazia di Dio per vincere la battaglia, almeno per chi ha deciso di intervenire per la liberazione del coniuge, rivestendosi delle armi della luce. In caso contrario ci deve aspettare la visita del nemico che, come leone ruggente, va in giro cercando chi divorare.

“E se mia moglie non si confessa e non vuole venire a Messa?”

Se un fratello ha la moglie non credente e questa acconsente a rimanere con lui, non la ripudi; e una donna che abbia il marito non credente, se questi acconsente a rimanere con lei, non lo ripudi. Il marito non credente, infatti, viene reso santo dalla moglie credente e la moglie non credente viene resa santa dal marito credente;  (1Cor: 7,12)

Certamente il Maestro sapeva già che avremmo avuto serie difficoltà a mantenere alta l’asticella dell’amore, della fede, della pazienza, della costanza, del sacrificio, del dono di sé, del perdono, della pace, ecc., ecco perché ha reso così straordinario questo Sacramento. È un po’ come dire: “Vi do un aiuto che potrà rendere meravigliosa vostra vita coniugale, ma ricordatevi che senza di Me potrete solo accontentarvi del fragilissimo amore umano”.

Perché accontentarsi delle spagnolette quando si può avere il pranzo di nozze?

Ma le sorprese di Gesù sul Sacramento del Matrimonio non sono finite.

Ricordo che Francesco raccontava di quando, ormai preso dalle crisi sempre più frequenti, non riusciva più né a mangiare né a dormire. La casa era un disastro a causa delle manifestazioni violente degli inquilini del marito e Daniela aveva smesso di cucinare inutilmente.

Un giorno lo Spirito Santo ispirò nella donna il desiderio di ripulire la casa, nonostante lei sapesse che quell’ordine non avrebbe avuto vita lunga. Con tutto il suo cuore riportò la casa alla sua originaria bellezza, poi si barricò in cucina, decisa a preparare finalmente i piatti preferiti di Francesco.

Il nemico fremeva di rabbia nel vedere tutti quei gesti d’amore gratuito certamente graditi a Dio. Il culmine dell’ira si presentò quando Daniela apparecchiò la tavola come per una festa, schierando l’esercito dei piatti e dei bicchieri delle grandi occasioni.

Il nemico non sopporta gli atti d’amore, perché hanno un immenso potere di guarigione. Come non sopporta la gioia, il buon umore, la pazienza, l’umiltà…

Coraggio, dunque. Ma se qualcuno sta pensando “è un’impresa troppo grande”, non posso negare che abbia ragione, perché ciò è assolutamente vero. Da solo nessuno può riuscire ad aiutare il proprio coniuge nel combattimento, bisogna allearsi col più forte e combattere con lui al nostro fianco.

Faremmo qualsiasi sacrificio per salvare la vita del nostro coniuge in caso di una grave malattia, ma non dimentichiamo che è necessario occuparsi anche e soprattutto della salute dell’anima.

Non sono più due, ma una carne sola.

Se soffre lui, soffro anch’io. Se guarisce lui, guarisco anch’io.

Uomini, sperimentate la potenza di un marito che prega e che vince il suo egoismo.

Donne: ricordiamo che i figli sono di passaggio, ma nostro marito è colui che deve diventare santo insieme a noi. Amiamolo e stimiamolo come pastore della famiglia, colui che è chiamato a guidare il gregge.

Un bell’impegno da vivere nella preghiera e nella fiducia della potenza del Sacramento del Matrimonio.

Non ne resteremo delusi.

 

 

 

 

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Disposti a tutto

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Qualche anno fa mi soffermai ad osservare un cartellone pubblicitario esposto all’interno di un supermercato discount nel quale campeggiavano prodotti di alto livello: caviale, salmone, champagne:

“NON CAMBIARE STILE DI VITA: CAMBIA SUPERMERCATO!”

Chiaro, no? Hai perso il lavoro di sempre e hai trovato un incarico con un contratto penoso e incerto? Stai messo male in banca a causa di una separazione che ti costringe a pagare un nuovo affitto e gli alimenti? Non importa! Non fare sacrifici, non ce n’è bisogno. Non cambiare stile di vita ma cambia supermercato. Vieni da noi e ti daremo le stesse cose a un prezzo irrisorio.

Questo è un segnale che ci urla NO ALLA SOFFERENZA, NO ALLA FRUSTRAZIONE, NO ALLE RINUNCE, NO AL DISAGIO, NO AL SACRIFICIO.

Quale sarà la qualità di quel salmone che costa come uno sgombro all’olio di semi? O di quello Champagne che pesa sullo scontrino come il vino cartonato?

Abbiamo raggiunto questi livelli perché non vogliamo cambiare stile di vita, non vogliamo accettare che se non lo si può fare, non lo si fa.

Quindi abbassiamo la qualità non solo dei prodotti del super, ma anche della nostra vita. Perché ci buttiamo via in relazioni scadenti? Forse è perché non sappiamo che siamo amati da Dio, che abbiamo la dignità di Figli di Dio, che abbiamo un corpo fatto per essere tempio dello Spirito Santo. Così accettiamo di costruire relazioni con uomini o donne che non hanno gli stessi obiettivi di vita, gli stessi desideri, perché meglio così che restare soli. Ma è proprio così?

Spesso usiamo il corpo per affascinare, sedurre, vendere al migliore offerente. Ma noi non siamo solo un corpo. Se avessimo cura della nostra anima così come ne abbiamo del nostro corpo vivremmo nella gioia piena, così come da promessa di Gesù.

Non cambiare stile di vita, cambia supermercato!

Non puoi più avere il corpo da teenagers? Non cambiare modo di vestire, ma vai dal chirurgo plastico o ammazzati di diete e palestra e continua a sembrare quello che eri, pazienza se poi diventerai la caricatura di te stessa.

Non puoi più avere la tua famiglia con te perché tua moglie ti ha lasciato con i bambini al seguito? Non smettere di essere un marito, procurati un’ altra donna, fingi che sia la tua e ricomincia una nuova vita. Non cambiare stile di vita, cambia moglie!

L’amore è esigente, e mi riferisco all’amore per l’altro, per se stesso, per Dio.

Ma è solo l’Amore che dà un senso a tutta la realtà, alla sofferenza, alla gioia, alla fatica, alla fedeltà, all’obbedienza, alla vita e alla morte, al restare fedele al sacramento del matrimonio anche quando il coniuge ha scelto di non esserlo più. E’ solo l’Amore che ti spinge a preoccuparti degli altri prima che di te stesso, che ti fa operare senza calcolo, che ti fa apprezzare la vita dal suo concepimento fino alla morte naturale. Solo l’Amore ti rende capace di perdonare l’imperdonabile, di resistere nella fede contro ogni logica umana; solo l’Amore ti rende forte tanto da crescere come uomo proprio nella sofferenza grande come nessun’altra, come la perdita di un figlio.

Solo l’Amore ti spinge a scovare il bene nascosto nell’altro, ti sprona a mettere in discussione te stesso prima di criticare l’altro, ti incoraggia a crescere nel bene e non ti umilia nel tuo peccato.

E Dio è Amore.

Anzi: Dio è l’Amore.

Senza di Lui non possiamo amare nessuno senza calcolo, senza tornaconto, senza condizioni e senza limiti.

E l’Amore è gratuito e senza fine.

Dio, sei grande!

Il figlio perfetto

Nell’attesa del figlio, mamma e papà fantasticano sul loro erede. Come sarà? A chi assomiglierà? Quali doti avrà? Gli insegneremo ad essere ubbidiente, educato, gentile, altruista…mica come il figlio della vicina che fa capricci a tutte le ore e non saluta nemmeno sotto minaccia. Il nostro bambino sarà…perfetto.

Nessuno osa dirlo, ma ciascun genitore coltiva nel segreto del cuore il desiderio che il figlio sia proprio come lo desidera e,

monello cosa non meno grave, che compia scelte secondo il proprio orientamento. Sì, perché mamma e papà sanno cosa è bene e cosa è male per i loro pupillo.

Peccato (anzi, grazie a Dio), che il pargolo sia un modello unico, coperto da copyright, inimitabile e imprevedibile perché creatura unica e irripetibile. Un capolavoro di Dio Padre, una creatura amata da morire (da Gesù, che ha dato la vita per lui). E’il Responsabile di un Progetto divino, il protagonista di una storia di redenzione in cui saranno salvate, se egli si renderà disponibile alla chiamata, altre persone che incroceranno con lui le loro storie.

Noi genitori non riusciamo istintivamente a guardarlo con questi occhi Non abbiamo la certezza che la strada principale da indicare a nostro figlio sia quella stretta. Quella cioè che porta alla salvezza eterna. Solo se considereremo nostro figlio come un dono riusciremo ad avere con lui quel rapporto sano, equilibrato e sganciato da ogni possesso.

Temiamo, noi genitori, di essere giudicati nelle nostre capacità educative quando il nostro pargolo fa capricci in pubblico, quando ottiene risultati scarsi a scuola, quando non è simpatico con gli ospiti che abbiamo invitato a cena, quando ha scarsi risultati nelle attività sportive, quando non risponde alle nostre domande come ci saremmo aspettati, insomma quando ci delude, quando non corrisponde alle nostre attese.

Purtroppo il peso di questo sguardo “da genitore deluso” può restare appiccicato al figlio per sempre, influenzandone il carattere, l’autostima e di conseguenza le relazioni con gli altri, siano esse d’amore, di amicizia o lavorative.

Abbiamo già parlato del figlio come idolo, ma vorrei affrontare l’argomento del figlio come farmaco.

Conosco molte persone che sono entrate nell’età adulta da almeno una decina di lustri, che vivono ancora legati al giogo della mamma.  Dico “mamma” e non “papà” perché mi è capitato raramente di vedere dipendenze filiali dal versante paterno, sono piuttosto le donne che faticano a liberarsi dell’idea che “è stato nella mia pancia per nove mesi, come me non lo conosce nessuno”.

Non è vero. Il miglior esperto di nostro figlio è Gesù. Noi genitori siamo chiamati a condividere una minima parte della vita dei nostri figli: trascorsi i primi anni in cui siamo al corrente di ogni istante delle loro giornate, di ogni amico conosciuto, di ogni vicenda vissuta, passiamo al tempo in cui, naturalmente, non abbiamo più il controllo totale delle azioni e delle esperienze del pargolo, fino ad arrivare al giorno in cui uscirà dal nido. Alcuni tremano già al pensiero…

Eppure non riusciamo ad immaginare, adesso che siamo adulti e che abbiamo famiglia, di poter vivere la nostra vita ancora in casa con mamma e papà.

Così sarà per i nostri figli: noi siamo la famiglia di origine, che deve dare gli strumenti per poter vivere il progetto di Dio con le loro nuova famiglia o con una comunità nel caso di una scelta di consacrazione. Anche qui alcuni tremano al pensiero di avere un figlio prete o una figlia suora. “Mio figlio vuole fare il prete?? Ma che lavoro è?!! E’ anacronistico, come fare lo zampognaro! Non lo voglio un figlio zampognaro! Deve fare il chirurgo come suo padre!” (Marco Giallini nel film “Se Dio vuole”)

Se facciamo bene i conti, immaginando di avere una vita di durata media, ci accorgiamo che il tempo trascorso con mamma e papà è veramente breve rispetto quello che trascorreremo con la nostra famiglia. Ma non è nemmeno così. La maggior parte del tempo la spenderemo con il nostro coniuge. Quindi non con mamma e papà, non con i nostri figli che a loro volta prenderanno il largo, ma con il nostro coniuge. E’ l’unica persona che, legata a noi da un sacramento, da un sacro vincolo, dalla mano di Dio e dalle sue promesse, è stata progettata per vivere per sempre con noi per diventare santi insieme.

Le nostre energie spirituali devono essere spese soprattutto per amare il nostro socio d’affari, perché la salvezza eterna è l’affare più importante da concludere.

Il resto verrà di conseguenza: se, amando Dio, imparo ad amare il mio coniuge, avrò dei figli felici perché vivranno in un clima d’amore, di rispetto e di gratitudine.

Se amo il mio coniuge amerò anche la sua famiglia di origine e mia suocera non mi sembrerà più una minaccia, ma la guarderò con la stessa misericordia con cui io, peccatore, sono guardato da Dio.

L’atto d’amore più grande che possiamo fare per nostro figlio (oltre naturalmente ad amare suo padre/madre) è presentargli Gesù, aiutarlo a conoscere il Re dei Re, il Salvatore, Colui che lo condurrà alla felicità sulla Terra e poi in Cielo, cioè alla salvezza eterna. Solo conoscendo Gesù potrà conoscere a fondo se stesso e scoprire il progetto per la sua gioia piena, preparata per lui già qui su questa terra.

Solo rispondendo pienamente alla chiamata di Dio possiamo vivere al massimo, cioè nella pienezza. Solo mettendoci in un cammino di conversione perenne potremo sconfiggere il male che alloggia direttamente nel nostro cuore, solo alla scuola di Gesù potremo imparare ad amare, nella verità Dio, noi stessi e gli altri, tra cui il nostro coniuge (o il nostro fidanzato) e i nostri figli.

Il genitore che reclama il possesso del figlio, anche se non ne è pienamente consapevole, crea un legame “storto”, una sorta di amore mercenario. Ti amo se farai quello che dico io, se starai sempre vicino a me, se ascolterai sempre i miei consigli, se frequenterai il corso di studi che ho pensato per te, se sposerai la persona che io approverò, che sarà sempre comunque al secondo posto perché prima c’è mamma tua, se crescerai i tuoi figli secondo il manuale di mamma tua. Ti amerò se non mi lascerai mai sola, perché io ho dato la vita per te e tu devi ringraziarmi per tutto ciò che sei e che hai. Ti amerò sempre se…

E se non ti rendi amabile, mi renderai infelice. Guarda come soffro per la tua assenza, per la tua cocciutaggine di fare quello che vuoi (magari il fanciullo è già nonno), guarda come sto male se vai in vacanza e mi lasci sola, potrei anche morire. Mi devi telefonare ogni volta che esci di casa e quando arrivi a destinazione, perché io sto in pensiero: se non lo farai potrei morire di crepacuore per colpa tua…

Quante relazioni madre figlia/figlio si reggono sui sensi di colpa?

Spenderei una parola sul senso si colpa. Quando arriva, questo campanello d’allarme, esaminiamo la nostra coscienza: ci sono i motivi reali che ci portano a pensare di avere una colpa nei confronti della mater afflitta? Ho davvero commesso un peccato nel dirle che non l’avrei chiamata ogni volta che raggiungo il posto di lavoro, ogni benedetta giornata? Ho commesso un peccato nel dirle che non accettavo più che mi ferisse con le sue parole e quindi, per oggi, grazie sono a posto così, ci vediamo un altro giorno?

Forse il mio comportamento nei confronti del genitore possessivo e ansioso alimenta la sua ansia, forse c’è bisogno che io tagli finalmente il cordone, aiutando così la mater dolorosa a prendere il possesso sulla sua ansia e combatterla. Forse con la mia presenza mi sto sostituendo a mio padre, che si sentirà giustificato nel vivere distaccato da sua moglie. C’è bisogno allora di creare un po’ di spazio, di mettere delle distanze di sicurezza cha andranno a vantaggio di tutti.

Non significa tagliare fuori la famiglia di origine dalla mia vita, provare rabbia o meditare le ferite ricevute dai genitori fino allo sfinimento, ma prendere coscienza della necessità di curare la mia relazione col genitore perché io impari ad amarlo nella libertà dell’amore di Dio. Perché io metta al primo posto il giudizio di Dio e non di mammà o papà, perché io non permetta ad alcuno di “darmi un nome”, di definire chi sono: scoprirò in questo cammino d’amore verso Dio chi sono davvero, cosa vuole il Signore da me e come posso crescere nell’amore. Anche se amare a volte implica la sofferenza di un distacco totale.

Ma torniamo al senso di colpa: o c’è una colpa, vera, tangibile, oggettivamente presente, in quel caso si rimedia chiedendo perdono e invocando lo Spirto Santo, oppure, se la suddetta colpa non c’è, si può concludere che il senso di colpa è inutile. A parlare è senz’altro l’accusatore, il mentitore, la scimmia di Dio.

Chiediamo allo Spirito Santo e ad un buon sacerdote di fiducia, oppure a fratelli più anziani di cammino, di aiutarci a fare luce sulle situazioni poco chiare in cui ci troviamo. Potremo comprendere se la voce che sentiamo nel cuore viene da Dio, (con una Santa inquietudine che mette in luce le pietre ancora da levare dal cuore), oppure dal nemico, che ci fa provare vergogna e un senso di repulsione per quello che siamo, proviamo, facciamo, diciamo.

L’amore è gratuità, non chiede in cambio una risposta di amore; è eterno, non ha la data di scadenza. Non dipende dai sentimenti o dagli stati d’animo dell’altro, perché non pone condizioni. L’amore non è una sensazione di pancia, non è innamoramento, non è “se me la sento”. L’amore è un frutto dello Spirito Santo che VA CHIESTO. A chi? Ma al MAESTRO, che domanda!

Gesù ci ha amati fino a dare la vita per noi, anche se noi lo abbiamo rifiutato più e più volte; ci ama non “nonostante” le nostre fragilità, ma “a causa” della nostra imperfezione. È venuto per i malati e non per i sani, grazie a Dio!

Noi non siamo figli perfetti, non abbiamo figli perfetti, non sappiamo amare perfettamente (oserei dire a volte nemmeno sufficientemente), ma abbiamo un Padre che ci ama come se lo fossimo, perfetti. Non rinuncia a cercare di educarci, ma ciò non significa che lo faccia per amarci di più, no. Il Padre ci chiama in continuazione alla conversione per renderci più felici e per godere con noi nella splendida eternità in paradiso.

Ma non è consolante sapere che l’amore non deve essere meritato? Non è meraviglioso scoprire che possiamo amare anche noi “da Dio”, cioè senza condizioni?

Signore, tu che mi ami nella mia imperfezione, aiutami ad amare e ad accogliere mio figlio per quello che è. Desidero affidarlo ogni giorno a Te che sei il Padre della vita; aiutami ad accompagnarlo alla Tua conoscenza perché solo in Te c’è salvezza. Concedimi di guardarlo con i tuoi occhi e di amarlo con il tuo cuore.

Aiutami ad amare i miei genitori perdonando ogni ferita ricevuta e dandomi la forza di chiedere loro perdono. Spezza ogni legame possessivo, cancella ogni senso di colpa, ridonami la dignità del figlio di Dio, guarisci le nostre reciproche ferite.

Madre Santa, consolatrice degli afflitti e Vergine Potente contro il male, prega per noi.

Amen.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I MARTIRI DI OGGI NEL MATRIMONIO FEDELE

MARTIRI

Pochi giorni fa, tornando dal lavoro, ho incrociato una signora sposata e madre di due bambini, con cui ho avuto diverse occasioni di condividere conversazioni interessanti. La guardo e la saluto distrattamente a causa della fretta, poi mi fermo e mi volto per guardarla di nuovo: forse non era lei. La osservo senza dare nell’occhio e…sì, era proprio lei.

Abito attillato corto e zebrato, scarpe alte traforate rosse, capelli sciolti e vaporosi, trucco perfetto: un mix che non passa inosservato, soprattutto se indossato da chi ha già superato i 40 da un po’. Non la vedevo da tempo, ma che cosa ne è stato del suo stile semplice ed elegante di sempre? Mi prende una stretta al cuore perché ripenso a decine di casi simili che ho osservato con sofferenza nel corso degli anni.

Il copione è lo stesso: la donna appare improvvisamente più magra, meglio curata, con un look nuovo, a volte eccessivo, adolescenziale. Penso, anche in questo caso: si è rimessa in piazza, si è separata.

Amiche comuni mi confermano: sì, si è separata. Il secondo bambino non ha nemmeno tre anni.

Ho perso il conto di queste separazioni ma non sono scandalizzata, nemmeno un po’. Addolorata sì, ma non scandalizzata. Non penso di giudicare la donna, non ne ho alcuna intenzione. Ho avuto l’opportunità, attraverso la sofferenza della separazione e la grazia della conversione, di passare attraverso questa tempesta.

Ero esattamente uguale a lei, solo non più magra.

Un matrimonio finisce perché la colpa è al 100% di lui e al 100% di lei.

Ciascuno de due, infatti ha la responsabilità di mantenere viva e far crescere la coppia lavorando su se stesso, cercando di imparare ad amare di più, impegnandosi a pregare e a coltivare l’unione con Gesù e la comunione spirituale con il coniuge. Ciascuno dei due nel giorno della celebrazione del sacramento ha ricevuto le armi della battaglia per combattere le tempeste che inevitabilmente si sarebbero presentate: le tentazioni, l’egoismo, l’abitudine, la fatica a staccarsi da quel peccato, la pigrizia, ecc. ecc.

Le armi sono per tutti i credenti: la preghiera, l’adorazione, il digiuno, la Santa Messa, l’eucaristia, la confessione. Ma gli sposi possono contare sul dono speciale che ricevono nel giorno del loro matrimonio: la presenza di Gesù risorto, vivo e operante, Colui che ha a cuore proprio questi due suoi figli come coppia e non solo come singoli figli amati, che tiene unite le mani degli sposi per camminare verso la santità, perché lo scopo del matrimonio è proprio questo: DIVENTARE SANTI INSIEME.

Vivere il matrimonio senza usare queste armi e senza chiedere a Gesù ogni giorno di insegnarci ad amare il nostro coniuge come lo ama lui, è come avere un forziere pieno di tesori e accontentarsi di spendere gli spiccioli, che prima o poi finiscono. Ed è allora che arriva l’abito zebrato.

L’uomo separato e deluso per la fine del matrimonio che ha superato la fase depressiva si riconosce anch’esso dal cambio di look, senz’altro più giovanile; il fisico generalmente rivela la frequentazione assidua della palestra del momento.

Niente di scandaloso, solo una risposta umana alle sollecitazioni del mondo. “Non vorrai mica restare depresso a vita? Se è finita è finita, succede spesso, anzi: spessissimo. E poi sei ancora giovane, non vorrai restare solo tutta la vita? Il mondo è pieno di donne che farebbero carte false per stare con te. Se lei non ti apprezza troverai chi lo farà al posto suo. I vostri figli se ne faranno una ragione… e poi: per loro è meglio vedervi felici e separati piuttosto che assistere a litigi e discussioni senza fine”.

Gli  stessi consigli per gli acquisti, ovviamente, li ho ricevuti anch’io durante la separazione,  anche da “donne di chiesa”.

Onestamente fatico a memoria a ricordare separati felici nelle nuove unioni, ma sono convinta che sarebbe meglio per queste creature innocenti vedere i genitori che si impegnano per ricostruire il matrimonio con l’aiuto della fede e con le suddette armi, ma si sa, siamo nell’era dell’usa e getta. Viviamo nell’epoca dei questionari di gradimento per migliorare il servizio, della denuncia pret a porter, del “se non me la sento non lo posso fare, mi vuoi fare violenza?”, delle sedute dall’analista il quale spesso inserisce nel cervello del paziente la “sindrome di Vodafone” dove tutto gira intorno a te, quindi come bambini viziati rivendichiamo i nostri diritti e mai pensiamo ai doveri, dando per scontato che sia assolutamente necessario poter comprare lo zafferano o qualsiasi cosa accenda il nostro desiderio alle 4 del mattino nei supermercati aperti H24 dagli schiavi del lavoro.

Come ripeto spesso, un bambino non ha bisogno di un papà e una mamma che lo amano, ma di un papà e una mamma che si amano e di questo amore lo ricoprano. Saremmo disposti ad ammazzare per proteggere i nostri bambini ma non a morire a noi stessi per salvare il matrimonio e per evitare proprio a loro la ferita più grande: la separazione dei genitori. Peggio di un lutto. Parlo per esperienza come orfana di madre a 10 anni e come madre separata di figli allora ventenni. Io e mio marito abbiamo provocato in loro un dolore immenso che grazie a Dio ora è sanato. Ma grazie davvero al nostro Dio che contrariamente a noi è fedele alle sue promesse.

Alla domanda del mondo: non vorrai restare da solo tutta la vita? Sei giovane!!! La risposta di alcuni che io ritengo essere i martiri della nostra epoca, coloro che contribuiscono a sostenere la barca di Pietro in questa tempesta che pare senza fine è RESTO FEDELE AL MIO MATRIMONIO ANCHE SE LEI/LUI NON E’ CON ME.

Sono donne e uomini coraggiosi che vivono da anni la separazione “fisica” dall’altro, ma che sperimentano una comunione profonda con Dio. Hanno sempre davanti agli occhi dell’anima il coniuge lontano, non coltivano odio, rancore e vendetta, ma chiedono la grazia di poterlo amare anche nella circostanza in cui l’altro si trova. Magari con una nuova unione e nuovi figli. Impossibile? Certamente per gli uomini ma non per Dio, che è il socio di maggioranza nel nostro matrimonio. Peccato che spesso vogliamo svendere le azioni ad altri soci inaffidabili e dalle grandi e pericolose promesse.

Questi martiri rivelano la potenza del sacramento del matrimonio che opera non solo nell’ordinarietà della vita, ma anche e soprattutto nei momenti della dura battaglia.

Vorrei che se ne parlasse di più, che avessero più spazio nelle parrocchie per poter raccontare la loro testimonianza, che si formassero ovunque e non solo in alcune parrocchie, gruppi di separati fedeli che venissero aiutati e che aiutassero a loro volta altri fratelli nel combattimento contro la tentazione di “rifarsi una vita” (che poi cosa significa? La vita è una sola, ci è stata donata e dobbiamo custodirla) Vorrei che questi santi aiutassero l’intera comunità a fare memoria di quel sacramento ricevuto e che, ne sono testimoni viventi, può essere custodito con la grazia di Dio nella tempesta della vita. Questa è l’emergenza del momento, l’attacco al matrimonio e alla famiglia, la piccola chiesa domestica dove nascono le vocazioni sacerdotali o matrimoniali. Se soffre la famiglia soffre tutta la Chiesa.

Ho potuto constatare la potenza di un coniuge che prega: ho visto mariti convertirsi, mogli ritornare a casa dopo convivenze adultere di anni, (ho usato un termine, adultere, che non è politicamente corretto, ma questo è ciò che insegna il catechismo) matrimoni risanati, dipendenze vinte, guarigioni e liberazioni ottenute invocando la potenza di questo sacramento. Ho visto piogge di grazie ricadere sui figli: mio marito ed io ne siamo testimoni infinitamente grati.

Ma ho visto anche frutti di grazie spirituali e materiali, irrigare la vita di chi resta fedele al sacramento nonostante l’assenza del coniuge: in primis la pace del cuore, la consolazione e la crescita nel cammino di santità.

Invochiamo dunque sulla Chiesa tutta e in particolare sui coniugi (separati e non) il dono del consiglio, quel dono dello Spirito che ci permette di compiere le nostre scelte in ordine alla mèta del viaggio: la salvezza eterna.

A che giova una vita spesa alla ricerca di una consolazione umana, che certamente svanirà proprio perché è umana, se poi saremo perduti per sempre?

La strada è stretta, lo sappiamo, ma fatichiamo ad accettarlo perché siamo abituati a scrivere recensioni su ogni cosa e a prendere decisioni sulla base dei “like” o ascoltando gli opinionisti del momento.

Chiediamo la grazia di amare ed ascoltare di più la voce di Dio che parla al nostro cuore nel silenzio, nella meditazione della Parola, nel dialogo con un sacerdote ma che sia fedele a Cristo e alla dottrina, nelle prove e nelle sofferenze che sono opportunità per cambiare il nostro cuore.

Ne abbiamo bisogno tutti, perché quando c’è una ferita in una parte del corpo, ne soffre il corpo intero.

 

 

giovani controcorrente

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Oggi vorrei parlarvi dei giovani, in particolare di quelli controcorrente.

Vorrei presentarvi una giovane coppia. Entrambi d’accordo su scelte originali che li rendono evidentemente diversi, sanno scatenare in modo singolare secchiate di giudizi da parte del mondo.

Non hanno tatuaggi né piercing come tutti gli altri, (quelli cioè che vogliono essere controcorrente), non hanno deciso di convivere a 35 anni ma di sposarsi a 23/24 anni. Scandalosamente si sono sposati in Chiesa e dopo un cammino, udite udite, di castità.

Hanno deciso di seguire un cammino di fede e non i concerti di Fedez, usano la tv come monitor per vedere ciò che interessa loro, non la tengono accesa per farsi guardare e indottrinare da lei.

Sono aperti alla vita: considerano i figli un gran dono di Dio e li accolgono con amore tra le mille fatiche e le altrettante gioie. Stanno aspettando il terzo.

Contrariamente alle statistiche che vedono la depressione come il male più diffuso, sanno ridere di loro stessi e sanno che a volte è bene non prendersi troppo sul serio. Litigano, certamente, ma hanno scelto di non seguire i consigli del mondo che consiglia la vendetta o l’avvocato; così, da buoni controcorrentisti, in seguito alla discussione si chiedono perdono, si perdonano, cercano una soluzione al problema e poi si confessano.

Hanno capito che stare attaccati a Gesù è l’unica cosa che li salva dal peccato che “sta accovacciato alla porta del loro cuore”, così come alla porta di tutti gli altri, solo che magari, gli altri, non lo sanno.

Sanno godersi la vita ma sanno anche rinunciare a cose importanti, come ad esempio il loro tempo libero.

Lei ha deciso di prendersi cura personalmente dei figli e quindi di non riprendere il lavoro fino a che ci saranno bambini da crescere. Lui ha deciso di lavorare con impegno ma di riservare un tempo per la famiglia.

Quando mi chiedono “Maaaa tua figlia e il marito?”

Io rispondo con gioia “aspettano il terzo bambino!!!”

A volte non basta la mia gioia evidente per fare desistere queste persone da consigli pratici gratuiti e non richiesti: “Ancoraaa??? Dovrebbero guardare di più la televisione alla sera”, oppure “Vabbè (come da gentile concessione), ma poi basta, eh?”

Io rispondo: “Perché? Sono giovani rivoluzionari, coraggiosi, controcorrente. Sanno ciò che vogliono. Il futuro del mondo è nelle mani di quelli che, come loro, decidono coraggiosamente e coscientemente di donare la loro vita”.

E queste scelte non possono che portare benedizioni sull’umanità intera.

I parassiti (secondaparte )

gelosia

LA GELOSIA: un parassita subdolo e distruttivo che può travestirsi da amore.

Io ti amo troppo e non riesco a sopportare l’idea di poterti perdere.

Ciò presuppone che chi soffre la presenza di questo parassita non ha ben chiari alcuni principi essenziali dell’Amore:

  • l’amore è libertà, quindi lascia libero l’amato, proprio come fa Dio con noi che ci lascia liberi anche di sbagliare; proprio come il padre misericordioso che alla richiesta del figlio di avere l’redità non lo ha sottoposto ad un interrogatorio per sapere dove sarebbe andato, con chi, come, perché e quando sarebbe tornato. Ciò non significa che in una coppia debba regnare il disordine e l’anarchia: la libertà non è “fare quello che ci pare”, piuttosto compiere ciò che è necessario per rispondere alla personale vocazione. Se il coniuge usa male la sua libertà non sarà certo per il nostro controllo che resterà fedele alla chiamata: restando nella via dell’amore e della preghiera è possibile aiutare chi si è allontanato a rientrare nella via del bene. Ricordiamoci che quando ci siamo sposati eravamo in tre, quindi se un coniuge si allontana ne restano sempre due a combattere perché il bene trionfi. E Gesù non delude mai.
  • Amare è aiutare l’altro a diventare se stesso. Più si conosce Dio e più ci si avvicina al progetto che Lui ha su di noi. Più camminiamo nella fede e più assomigliamo alla meraviglia che è in noi, ma che è stata appesantita dalle ferite e dal peccato. Se amo il mio coniuge non cerco di plasmarlo secondo l’idea che ho di lui, ma cerco di comprendere con rinnovato stupore quale siano i disegni di Dio per lui, accogliendolo così com’è: inimitabile.
  • L’amore non è egoistico. Se “io non sopporto l’idea” significa che sto agendo per il mio (falso) benessere e non per il bene dell’altro. Perché volere bene significa volere il bene.

Qualcuno starà pensando: facile a dirsi, ma la gelosia mi divora e non posso farci niente. Sono un geloso professionista, un asso del sospetto, un segugio di indizi compromettenti, un fantasioso incorreggibile, un ansioso da manuale.

Allora andiamo ad attingere a quei tesori che Gesù e la sua Chiesa ci hanno donato:

la preghiera, la confessione, l’eucaristia, il digiuno, il perdono, la parola di Dio.

È importante riconoscere il parassita in azione e dare ad esso il nome per poterlo combattere. Gesù, prima di liberare l’indemoniato di Gerasa gli domandò: «Qual è il tuo nome?» Egli rispose: «Il mio nome è Legione perché siamo molti».

Prima di combattere un nemico è bene conoscerlo: dando un nome al parassita potremo smascherarlo, è un primo passo verso la liberazione. Un cuore affranto e umiliato Dio non lo disprezza: ammettiamo la nostra difficoltà, chiediamo aiuto a Dio e al coniuge e cerchiamo di non prenderci troppo sul serio: se teniamo a bada la permalosità, possiamo usare una battuta auto ironica per stemperare il clima velenoso che la gelosia porta con sé.

ATTACCAMENTO “NON SANO” ALLA FAMIGLIA D’ORIGINE. Mi capita spesso di partecipare a seminari con a tema il matrimonio ed ogni volta che c’è la possibilità di una condivisione, mi sorprendo nell’ascoltare le numerose testimonianze di coloro che soffrono la presenza invadente dei genitori di lei o di lui. Ho potuto constatare che la “suocera-madre di lui” è colei che fatica di più a tagliare il cordone ombelicale col figlio, ormai sposo, ormai padre.

Qui si tratta di prendere una decisione: con carità e fermezza, dopo avere individuato quali siano i confini invalicabili, è bene allontanare gentilmente la genitrice o il genitore dal perimetro (se è necessario elettrificatelo) stabilito dalla famiglia.

Il legame psicologico non sano con i genitori può portare al timore del giudizio, a compiere scelte condizionate dalle attese di mamma e papà, a cedere a ricatti psicologici, a rallentare il cammino verso l’età adulta, a sentirsi inadeguati, in bilico tra i desideri della nuova famiglia e le aspettative di quella di origine.

Se le abitazioni sono vicine allora il gioco si fa duro. Venendo a mancare le distanze di sicurezza, dovrete compensare questa assenza di chilometri con la vostra fermezza.

Mio figlio e sua moglie abitano a 16.368 (sedicimilatrecentsessantotto) chilometri di distanza da casa mia. Direi che come precauzione ci siamo!

Ironia a parte, a volte il legame psicologico, se non è sano, può provocare danni anche se le due famiglie vivono in continenti diversi: il “legato” non prenderà decisioni se prima non ha consultato il guru (mammà) o non acquista un’auto se non ha preventivamente interpellato il consulente finanziario (papà) per riceverne l’approvazione.

Se il legame non è sano, purtroppo nemmeno il passaggio all’altra vita del genitore risolve il problema di dipendenza psicologica.

Affrontiamo un altro aspetto dolente: i consigli non richiesti degli anziani genitori sull’educazione dei figli. I coniugi devono trovare un metodo educativo comune, senza che venga cambiato lo stile comunicativo di uno o dell’altro, ma essi devono poter stabilire principi e regole secondo un progetto condiviso. È un lavoro impegnativo ed è un terreno in cui ci si scontra facilmente: l’ingerenza di terzi o quarti non può che rendere ancora più difficoltosa il rispetto di questo piano familiare.

Un consiglio non richiesto a chi come me e mio marito è già suocero (lo sono anche da parte di mia figlia, che si trova a soli 157 (centocinquantasette) chilometri di distanza di sicurezza): abbiate pazienza, suoceri non si nasce, ma si può imparare a farlo. Essenziale è fare passi indietro: lasciamo che gli sposi attraversino il periodo di assestamento senza il nostro intervento, mettiamo le distanze di sicurezza se sono i nostri figli a trascorrere troppo tempo con noi, ricordiamoci che non è sempre buona cosa ascoltare le lamentele del figlio sul coniuge, cerchiamo di essere operatori di pace, impariamo ad amare nuora e genero come figli (ricordiamoci che sono coloro che dovranno diventare santi in comunione con i nostri figli, in un solo corpo) ma soprattutto

PREGHIAMO QUOTIDIANAMENTE PER LORO.

La famiglia è sotto attacco. Entriamo in guerra con le armi della luce.

Nuora e genero ci ricordano, qualora non lo avessimo capito, che i figli non sono nostri. Non lo sono mai stati. Sono un dono di Dio che indegnamente cresciamo e allo stesso modo lo sono i loro coniugi: un dono per i nostri figli, un dono per noi. Ringraziamoli che (a volte faticosamente) hanno preso la decisione di amare e di rendere felici i nostri cari pargoli.

I parassiti

coppia

Altri nemici della nostra vita e quindi anche del nostro matrimonio sono i parassiti.

Ciascuno, alla luce dello Spirito Santo, può chiedere la grazia di dare un nome a tutto ciò che disturba o addirittura distrugge la nostra relazione con il coniuge.

Proviamo a vederne alcuni:

LA PORNOGRAFIA. E’ un parassita subdolo, si insinua ormai attraverso qualsiasi canale comunicativo. Non si capisce perché si senta la necessità di pubblicizzare una colla al silicone o del cibo per animali con una donna nuda.

Una volta le trasmissioni spinte venivano proposte in seconda serata, ora possiamo vedere scene di sesso anche tra i programmi dei bambini.

E’ difficile trovare un film senza volgarità di linguaggio o di immagini, impossibile aprire una rivista senza vedere le solite modelle anoressiche semi nude e abitualmente incavolate (pare sia vietato sorridere nell’ambiente della moda). Anche per radio si incontrano stazioni che propongono volgarità con battute sul sesso che farebbero vergognare Tinto Brass e quello che una volta era chiamato film porno, adesso è film erotico: è arte. Arte???

I sexy shop aumentano di numero e di dimensioni. In un paese vicino al mio hanno recentemente spostato la statua della Madonna di Lourdes dalla sua posizione decennale: proprio di fronte alla Madre di Dio è stato costruito un grande sexy shop. Il suo sguardo pietoso sui clienti in uscita dal mega store avrebbe potuto inibirli, così le hanno gentilmente cambiato ubicazione. Quale delicatezza!

La pornografia entra per vie naturali, la si incontra ovunque e si insinua nel cervello come tarlo che corrode. Corrode i pensieri, corrode la coscienza e macchia l’anima. Se non la si riconosce come parassita può arrivare a pervertire la persona, che manifesterà una relazione malata col coniuge (che verrà paragonato ai modelli sexy) e col proprio corpo. Sarà impossibile vivere il rapporto coniugale come atto di comunione e soprattutto di donazione di sé, se nella la nostra mente hanno messo pericolose radici pensieri perversi.

IL GIOCO D’AZZARDO. Non è più necessario andare a giocarsi lo stipendio a Montecarlo o a San Remo, lo si può fare comodamente da casa, dalla propria scrivania. Bastano un pc, una buona connessione internet e una dose di insoddisfazione, incoscienza, vuoto esistenziale e di illusione.

Oppure è possibile iniziare il declino con le simpatiche slot machines del bar, dopo il caffè si tenta la fortuna, sono solo monetine.

Si sa poi che i peccati sono come le ciliegie: uno tira l’altro. In genere si inizia a nascondere, mentire, sottrarre.

L’OCCHIO CADENTE: Non è una questione di cataratta, ma di distrazione volontaria dalla realtà a causa di una passione “estetica” verso l’altro sesso.

Quando una mia amica diceva “Mi è caduto l’occhio”, significava che era passato davanti a lei un degno rappresentante dell’universo maschile.

Il problema non è apprezzare la bellezza che ci circonda, (magari è meglio non farlo con la voce e soprattutto in presenza del coniuge) ma è come viviamo questo apprezzamento, con che cuore lo facciamo. Se andiamo oltre allo sguardo e ci soffermiamo compiaciuti a curiosare, a lavorare di fantasia, ad ascoltare e analizzare i segnali che il nostro corpo emette, allora siamo già sulla strada di un possibile adulterio. Esagerata! Dirà qualcuno. Lo diceva anche la mia amica, qualche anno prima di separarsi rovinando così la sua famiglia, l’idea di matrimonio alle due figlie e spendendo gli ultimi anni della sua vita in compagnia di diversi “toy boy”, la qual cosa fa tendenza ma lascia vuoti come i bidoni dell’umido-organico al giovedì mattina (da me c’è la raccolta porta a porta).

E non dimentichiamo cosa dice Gesù dell’adulterio:

Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore.

Mt: 5, 27-28

AMICIZIE SBAGLIATE O ASSENZA DI AMICI: Per esperienza ho capito che non è difficile trascorrere qualche serata in compagnia di persone non credenti, ma diventa problematico costruire con essi un rapporto duraturo e costante.

L’amicizia è qualcosa di più profondo di due chiacchiere generiche a cena: un amico è il destinatario o il mandante di un SOS in caso di necessità, è un orecchio che ti ascolta con cuore e cervello a disposizione in connessione con lo Spirito Santo. L’amico è la persona che vuole diventare santo con te, quello che ti corregge se vai fuori strada (a volte con delicatezza, altre con fermezza), è colui che vede la vita in 3D: non si ferma alla realtà visibile, ma considera tutte le implicazioni spirituali. E’ quello che ti chiede di pregare con lui, che discute con te per trovare la verità delle cose facendo passare le questioni allo scanner del Vangelo. E’ ancora colui dalla cui bocca escono consigli politicamente scorretti che vanno contro il mondo, tipo “perdona tua moglie”, invece che il più popolare “sbattila fuori di casa!”.

E’ quello che ti ama così come sei e non cerca di cambiarti e non ti mette il broncio perché se non sono io a chiamare tu non lo fai mai, potrei essere morta!

Non è facile avere un amico così? No, infatti non lo è. Un amico così è un dono e va chiesto. Bisogna prima di tutto diventarlo, un amico così. Lo si può fare diventando amici di Gesù, è un ottimo amico e non stressa con le telefonate o i messaggini a ogni ora: parla al cuore direttamente ma solo se glielo permettiamo.

Altro rischio è la solitudine della coppia, l’isolamento. Lavoro tutta settimana (che rarità!), ho il diritto di stare tranquillo con la mia famiglia durante il week end, no? Che spesso significa, non avere conflitti, non fare fatica nella relazione, coltivare i propri hobbies, stringere una relazione significativa col divano e col telecomando, fondersi con il frigorifero, sparire nelle pagine di un libro o tra le braccia di Morfeo. Qui c’è il rischio che il coniuge sparisca dopo un po’ di tempo tra le braccia di qualcun altro.

Alcuni amici non sono sbagliati, ma è l’abbinamento ad esserlo.

Ad esempio, se un amico è in crisi con la propria moglie e si rivolge per un aiuto ad una coppia di sposi, tra questi dovrà essere il marito ad occuparsi di lui. È una questione di prudenza. Se diversamente se ne occupasse la moglie, offrendo la propria spalla e il proprio cuore all’amico, la donna potrebbe suscitare in lui un sentimento di “tenerezza” dettato dalla disponibilità e dall’accoglienza, dall’ascolto e dalla compassione ricevute, che rischierebbe di allontanare ancora di più gli sposi in entrambe le coppie. Siamo umani e fragili, non immuni dalle tentazioni, anche se seguiamo Gesù.

Altre amicizie sbagliate si trovano facilmente nei social. A volte la nostra vanagloria ci fa gonfiare il petto ai LIKE di Facebook o ai CUORICINI di Twitter, e si può iniziale una innocente conversazione che potrà tramutarsi in una pericolosa relazione.

Anni fa avevo sviluppato una passione per Ruzzle, un gioco sullo smartphone in cui bisogna trovare il numero maggiore di parole entro un tempo stabilito, scovandole tra alcune lettere sparse in una griglia. Un passatempo innocente. A parte che non devo fare passare il tempo, perché il tempo non è qualcosa da evitare, ma un dono da spendere possibilmente bene. Comunque, lasciamo queste considerazioni e torniamo a Ruzzle: sprecavo anche un’ora ogni sera, prima di dormire, sfidando il computer e alzando il livello di difficoltà, fino a quando capii che si poteva giocare on line con sconosciuti in tutto il mondo. Bastava usare uno pseudonimo e indicare la nazionalità. Mi trovai a giocare con sconosciuti anonimi e a perdere a volte dignitosamente, altre rovinosamente, fino a che uno dei miei abituali sfidanti cominciò a commentare: Brava! Ottima partita! Per continuare, dopo qualche giorno con Quanti anni hai? Dove vivi?

Ho eliminato l’applicazione. Ho scaricato l’app LITURGIA DELLE ORE.

Non so perché ma mi sembra di spendere meglio il mio tempo.

matrimonio a prova di fuoco.

anelli

Quante volte mio marito ed io abbiamo potuto sperimentare la potenza del sacramento del matrimonio!

Ne siamo così entusiasti che abbiamo chiesto al Signore come grazia quella di essere i “testimonial” di tale dono. Vorremmo che tutti potessero credere e provare sulla loro carne la gioia di riconoscersi incapaci di amare, se non alla scuola di Gesù e quindi bisognosi di Lui.

Capita spesso di avere la grazia di essere interpellati come “accompagnatori” di coppie in difficoltà o addirittura di singole persone che stanno vivendo la sofferenza della separazione. Perché capita proprio a noi di affrontare un tale compito, così delicato e importante?

Perché, come un ex alcoolista conosce le possibili cause che hanno portato a tale devastazione e quindi ricorda le strategie mentali che il bevitore utilizza per non uscire dal tunnel, così anche Alfonso ed io, da buoni ex separati, riconosciamo gli stessi atteggiamenti nelle coppie in via di estinzione. Gli stessi errori, le stesse giustificazioni.

Ora noi sappiamo benissimo che da soli non ce la si può fare.

Per ricostruire un matrimonio, anzi, per costruire un matrimonio (perché Gesù fa nuove tutte le cose, non mette la toppa nuova sul vestito vecchio), sono necessarie alcune colonne portanti:

  1. la decisione personale di riconoscersi peccatori e bisognosi di perdono da parte di Dio e del coniuge.
  2. La decisione di perdonare il coniuge e anche se stessi dopo aver consegnato tutto al Padre in una buona confessione. (il perdono è una grazia che va chiesta, ho speso almeno 4 articoli su questo argomento).
  3. La decisione di iniziare una vita di preghiera, di frequentazione quotidiana della Santa Messa, di chiedere la grazia di un padre spirituale che ci possa guidare.
  4. La decisione di portare ogni giorno, ogni singolo giorno, le proprie quotidiane croci, facendo memoria di quanto Gesù ha patito per noi e di quanto perdono abbiamo ricevuto. Tornare con la mente alle nostre malefatte non serve a sentirci delle schifezze, ma ci aiuta a scendere dal piedistallo del modello di vita (perché ogni volta che critichiamo qualcuno dicendo IO NON LO FAREI MAI, ogni volta che ci scandalizziamo del comportamento di un fratello invece che provarne dolore, allora ci stiamo ponendo proprio su quel piedistallo).
  5. La decisione di credere fermamente che amare non è una sensazione di pancia, ma la ferma decisione di compiere atti d’amore con l’aiuto della grazia divina. cioè insieme a Gesù e alla sua scuola.
  6. La decisione di lasciare che sia Dio a guidare la nostra vita, senza che tentiamo, ogni volta che il mare è in burrasca, di riprenderne il comando: sarebbe come presentarci dal medico di famiglia chiedendogli di scrivere la ricetta per la farmacia secondo la nostra auto diagnosi. Siamo anche capaci di fare la diagnosi ai nostri coniugi o figli e di chiedere al medico di prescrivere la terapia secondo il nostro sentire. Grazie a Dio c’è Dio, che sa fare il suo lavoro e non ascolta sempre le nostre preghiere, altrimenti mio marito, durante la separazione, avrebbe pagato le conseguenze della mia richiesta a Dio! (Signore, non voglio restare da sola per tutta la vita, la mia vocazione è il matrimonio! O mi fai trovare le cause di nullità matrimoniale….o fai morire mio marito!)
  7. Prendere la decisione di entrare a far parte di una comunità che prega: un gruppo di preghiera, un movimento della Chiesa, qualcuno con cui condividere il cammino. Non dobbiamo restare da soli: è importantissimo per progredire nel cammino di fede, ci aiuta a crescere nell’amore verso Dio e verso i fratelli, ci fortifica nella perseveranza, ci impedisce di cedere alla seduzione del divano, della tv o dell’autocommiserazione, ci educa ad una relazione costante e persistente con Dio. Ma Dobbiamo cercare un gruppo di fratelli che prega, non che gestisce le mille attività della parrocchia che assomigliano troppo spesso a quelle della pro loco.
  8. Se entrambi i coniugi intravedono ancora una possibilità di riconciliazione, allora è bene frequentare un seminario per gli sposi. Attenzione, però, molti seminari in circolazione assomigliano a corsi di psicologia. Non è questo che serve alla coppia ferita dal peccato. Serve la Verità. E la Verità è Gesù. Diffidate dei corsi che si rivolgono indistintamente a coppie con il sacramento e a coppie di separati e risposati. Ciò che è vero per le prime diventa inaccettabile per le altre, che avranno la necessità di fare un cammino specifico che le accompagni ad una scelta di vita “da fratello e sorella”, come la Chiesa da sempre insegna. Diffidate di questi seminari o corsi anche se sono organizzati in ambito ecclesiale: andate a fondo e informatevi bene. Sono tempi difficili: siamo immersi in una nebbia che confonde anche le persone in cammino. Spesso anche alcuni sacerdoti.

Ho notato di aver scritto più volte PRENDERE LA DECISIONE. E’ personale, non implica la collaborazione di nessun’altro all’ infuori di noi: ciascuno risponderà delle proprie scelte. La nostra vita può cambiare direzione a causa delle nostre decisioni, non nell’attesa di quelle degli altri, nemmeno di quelle del coniuge.

Sì, Gesù non può salvare il nostro matrimonio senza la nostra decisione. E non può salvare nemmeno noi, che ci salveremo proprio dentro questo matrimonio: con o senza il coniuge vicino. Perché questa vocazione è per sempre.

Sì, lo so, state dicendo: “E se decido solo io e lei no? Spendo tempo e fatica per niente e inoltre mi umilierò, proprio io che non ho nessuna colpa”.

intanto il tempo e la fatica spesi come sopra servono innanzi tutto per far sì che possiamo diventare davvero NOI STESSI, ciò quella creatura unica e meravigliosa per cui Gesù ha versato il suo sangue. Dobbiamo aderire il più possibile al progetto originario di Dio avvicinandoci a Lui, perché più ci avviciniamo al Signore, più viene alla luce il vero noi che abbiamo sepolto sotto cumuli di storture. E questo mi sembra un bel vantaggio. Staremo in pace anche nelle tribolazioni; mio marito lo ripete sempre nelle testimonianze: “Mi stavo recando in tribunale per firmare la separazione, sapevo che stavo rinunciando a mia moglie, ai miei figli, alla mia casa e a tutto il mio passato e in quel momento capivo San Paolo, quando diceva che nella sua tribolazione era gioioso.”

Le umiliazioni, poi, sono opportunità per crescere nell’umiltà e nella carità.

E se pensiamo davvero di non avere nessuna colpa, ricominciamo a leggere dal punto 1

L’amore di Dio, in quanto Amore vero, dura per sempre e lascia liberi. Nessuno potrà convincere il vostro coniuge a donare la propria vita a Dio, nessuno potrà mai garantirvi che, seguìti con diligenza tutti gli 8 punti, il vostro matrimonio sarà guarito, ma una cosa è certa: voi sarete guariti. Non è poco, perché significa che sarete salvi e il Signore darà a voi la grazia di portare questa croce nella pace e nella dignità di un figlio di Re.

Cominciate voi ad avvicinarvi a Gesù, anche se il vostro coniuge non vi segue. Vi garantisco che le grazie pioveranno su tutta la famiglia. Is:49,25-26

Eppure dice il Signore:
«Anche il prigioniero sarà strappato al forte,
la preda sfuggirà al tiranno.
Io avverserò i tuoi avversari;
io salverò i tuoi figli.

Come e quando avverrà non lo spossiamo sapere, ma è una promessa di Dio e non dobbiamo dubitare di essa. Poi è bello sapere che Dio combatte al nostro fianco, no?

Noi che diciamo di amare immensamente i nostri figli e che daremmo la vita per loro, siamo capaci di fare scelte meno cruente ma altrettanto coraggiose come i suddetti 8 punti? Siamo disposti davvero a non privarli dell’amore TRA mamma e papà, dono supremo per ciascun figlio? Siamo disposti a cucirci la bocca, a compiere atti d’amore gratuito, a fare a gara per servirsi, a non giudicare, a smettere di fare battute ironiche anche in pubblico, a smettere di vivere la relazione col coniuge distrattamente, a liberarci dalla “sindrome di Vodafone” dove tutto gira intorno a te? Siamo disposti ad evitare di sentirci dei modelli di vita (anche spirituale) da imitare?

Siamo disposti a morire a noi stessi?

E poi: in aereo le istruzioni sono chiare. Se è necessario l’uso della maschera ad ossigeno, PRIMA LA METTE L’ADULTO e poi questo aiuta il bambino ad indossarla. Altrimenti si rischia di non essere in grado di salvare nemmeno il piccolo al nostro fianco. In questo caso chi ha per primo l’intuizione della necessità di un cammino, si preoccupi prima di tutto della propria conversione. Quella del resto della famiglia arriverà di conseguenza, secondo tempi e modi personali di ciascuno.

Poi non sottovalutiamo altri due aspetti:

  1. E’ difficile che una persona convertita (e quindi guarita dalle ferite e dall’affezione al peccato) passi inosservata. In genere è una persona gioiosa, solare, disponibile, paziente, amabile e con un cuore da pastore. Sono i frutti dello Spirito Santo. Certo, permarranno in lei quegli aspetti di umanità caratterizzati dalla personalità e dalla storia di vita, ma quello che si intravede in lei è la volontà di essere sempre più conforme a Gesù. Questo aspetto fa di quella persona un essere irresistibile. Magari irresistibile anche per il proprio coniuge, perché no?
  2. Non sottovalutiamo la potenza della preghiera. Gesù ha detto quando e come pregare: quando? SEMPRE. Come? SENZA STANCARVI MAI. Sentiamo dire spesso non mi resta che pregare…e viene detto con lo sguardo basso e la voce flebile, come se fosse la dichiarazione di sconfitta verso una malattia per cui si sta già pensando alla clinica svizzera dove morire. A no, sorry, non serve andare all’estero. Comunque la preghiera non è “last beach”, ma è la prima, primissima arma da sfoderare nel combattimento contro il nemico che vuole la distruzione di questa santa istituzione che è la famiglia, di questo sacramento che è il matrimonio. Ho letto un libro meraviglioso: La Mia possessione, di Francesco Vaiasuso. L’ho conosciuto di persona, questo ragazzone siciliano e devo ringraziare sua moglie e lui per avermi aperto gli occhi su un’altra caratteristica del sacramento: la potenza della preghiera tra i coniugi. Francesco era posseduto da 27 legioni di demoni ed era sottoposto sistematicamente alle preghiere di esorcismo (padre Amorth era uno dei suoi “medici”). Durante una di queste preghiere, Francesco si accorse che il sacerdote non riusciva a portare a termine il combattimento, mentre lo spirito che lo possedeva, in quel momento provava un odio furente verso la moglie. A preghiera terminata e a calma ristabilita, Francesco chiese alla moglie (che era restata in silenzio fino a quel momento): “Daniela, cosa stavi facendo per fare arrabbiare così tanto il demonio?” “Stavo pregando nel mio cuore così: in virtù della potenza del sacramento del matrimonio ti ordino di lasciare libero mio marito adesso!” Quella donna, candida come colomba ma astuta come serpente, non aveva vinto la guerra, ma certamente una battaglia e stava facendo quello che nessun altro, oltre all’esorcista, avrebbe potuto fare: comandare al demonio di andarsene fuori da un’altra persona! Il sacramento lega i coniugi davvero in una carne sola e permette a ciascuno dei due di “dare ordini” al demonio che è nel coniuge, proprio come chiunque può farlo su se stesso.

La preghiera per il coniuge funziona anche a distanza: ne sappiamo qualcosa Alfonso ed io.

Nessuna persona che sta vivendo il dramma della separazione può sapere che cosa succederà nel suo matrimonio, ma deve credere che Dio è fedele per sempre, che fa parte di questa santa unione. Dio è fedele al nostro matrimonio e non ci lascerà soli mai. Nemmeno se glielo chiediamo.

PERCHÉ’ UN MATRIMONIO FINISCE?

divorce

Non riesco più nemmeno a sorprendermi.

Quando mi raccontano di matrimoni finiti, di famiglie devastate dalla separazione che agli occhi del mondo, sino a poco tempo prima, assomigliavano alla iper nominata famiglia del Mulino Bianco, non riesco più nemmeno a sorprendermi.

I racconti dei testimoni seguono un copione ormai consolidato: sembrava andasse tutto bene, poi lei decide che non ce la fa più e vuole la separazione. Così. Di punto in bianco. Il marito è caduto dal pero, fino ad allora nessuna perturbazione registrata se non i soliti e fisiologici battibecchi di sempre.

Allora perché?

Prendiamo in considerazione il caso in cui sia la donna a decidere di separarsi. Ultimamente mi capita di incontrare sempre più spesso casi in cui sia la donna a prendere la decisione. Provo a dare una interpretazione partendo dalla mia esperienza personale e da quelle delle numerose coppie che ho avuto modo di conoscere da vicino e chi sono trovate nella medesima situazione.

Uno dei motivi comuni è che la donna crede che l’uomo sia telepatico.

Fortunatamente lui non lo è, ho sempre avuto timore che i miei pensieri potessero apparire scritti nell’aria come al ragionier Fantozzi.

Intendo dire che la donna spesso non comunica direttamente al marito ciò che non desidera, oppure ciò che desidera: “Ci deve arrivare da solo, se mi amasse si accorgerebbe dei miei bisogni…”

Non è così. Intuire i bisogni di una persona in generale è un’impresa difficile, di una donna è quasi impossibile. Così la moglie accumula, accumula, accumula: qualche sistematica mancanza di gentilezza, qualche anniversario dimenticato, qualche calzino sporco in più in giro per casa, qualche serata di troppo al calcetto con gli amici mentre lei è a casa col secondogenito col morbillo, due vacanze al paesello con la suocera, qualche avance nel momento sbagliato. Tutto diventa insopportabile. Quello che all’inizio della relazione era una simpatica imperfezione che rendeva quel ragazzo ancora più attraente, adesso diventa un macigno che impedisce di guardare il marito senza vederne prima i difetti.

Il fatto è che quando una donna decide di farla finita, in genere non torna indietro. Ha deciso. Ci ha pensato molto, sempre nel silenzio, ma poi ha deciso: è finita.

L’uomo, anche quello che ha studiato il manuale del marito perfetto, si chiede perché:

ho sempre aiutato in casa, non ho mai tradito mia moglie, non ho nemmeno debiti e non ho mai fatto mancare nulla alla mia famiglia, ho comprato perfino gli elettrodomestici comandabili dallo smart phone.

Il fatto è che l’uomo pensa che la donna abbia un cervello da uomo e l’uomo non capisce perché lei è insoddisfatta della relazione. Lei ha solo bisogni diversi.

E poi diciamocelo: la donna è stata progettata per fare spazio dentro di sé per accogliere la vita che inizia nel suo grembo. E’ stata pensata per rinunciare ad una parte di sé, già durante la gravidanza: al sonno, al peso forma, al prosciutto crudo se non ha fatto la maledetta toxoplasmosi, alle gambe agili e leggere, al corso di latino americano e via dicendo.

E’ più facile per lei donarsi al marito e ai figli, per l’uomo invece è più faticoso. Lui è fatto per proteggere e per incoraggiare, ma ha un innato egoismo che se non educato può diventare pericoloso per la coppia.

La donna con il suo istinto materno e di supervisione, invece, spesso diventa la mamma del marito e la mega direttrice della famiglia; così facendo non aiuta l’uomo a diventare quello che LUI deve essere: il maschio, il capo famiglia. (Per poi lamentarsi alla fine della relazione perché era come avere il terzo figlio: certamente è tutta colpa di sua madre!)

Allora la questione qual è? Se siamo stati progettati dal Costruttore così, ciascuno con un proprio ruolo, perché fatichiamo a stare insieme per sempre? Perché in questa epoca è ancora più difficile incontrare persone sposate da più di 15 anni?

Perché non siamo capaci di amare.

Il Maestro dell’Amore è Gesù, se non andiamo a scuola da Lui, ci sarà qualcun altro ad insegnarci che cos’è l’amore. Chi? La televisione, magari, o il mondo stesso, dove tutto parla della precarietà delle relazioni, ma facendoci credere che la cosa è assolutamente naturale, anzi! Guai a giudicare una situazione, perché non si è rispettosi della libertà dell’altro. Si può decidere di cambiare vita quando si vuole, la famiglia capirà: nessuno deve subire una violenza “solo” perché è stata fatta una promessa!

Non siamo capaci di amare e ci comportiamo con l’altro procurandogli continue ferite: con l’indifferenza, la mancanza di attenzione, le piccole e grandi umiliazioni, con la mancanza di stima, di desiderio, di approvazione, di sostegno, di apprezzamento…Non siamo capaci di amare perché non crediamo che abbiamo addirittura un Dio che ci ama da morire. Non riusciamo a metterci davanti allo specchio di verità che sono gli occhi di Gesù: come mi vedi, Signore? Cosa devo cambiare in me per essere così come tu mi vuoi?

La verità è che cambiando non perdiamo nulla, se non quei fardelli pesanti che ci impediscono di prendere il volo sulle ali dello Spirito Santo: i nostri peccati.

Ci feriamo continuamente noi sposi, soprattutto sotto le lenzuola. L’uomo pensa di risolvere una litigata “in posizione orizzontale”, come diceva mio padre e la cosa mi faceva andare in bestia; la donna invece se non c’è stata una riconciliazione con un chiarimento e un perdono dato e ricevuto, non riesce a donarsi in un rapporto coniugale.

Spesso noi donne fatichiamo a lasciarci andare tra le braccia del marito anche perché il nostro cervello lavora, lavora, lavora. Continuamente. E facciamo fatica proprio lì, dove invece dovremmo abbandonare tutti i pensieri, invocare lo Spirto Santo chiedendo di concederci la grazia di amare nostro marito con lo stesso amore che Dio ha per lui, con il cuore colmo di gratitudine per questo immenso ed immeritato dono.

La colpa di una separazione, come dice mio marito, è sempre al 100% di lei e al 100% di lui.

Come si può salvare un matrimonio?

Quando ci capitano casi di amici che si separano cerchiamo di capire su chi si può “lavorare”: si tratta di scoprire chi dei due è disposto ad interpellare Gesù perché intervenga in questa situazione, perché lo trasformi facendolo diventare quella meraviglia secondo il progetto divino.

È necessario trovare il coraggio di affidarsi a Dio e riscoprire la speranza che solo la fede ci può dare. Sono necessari inoltre la costanza nella preghiera, un cammino fatto dentro ad una comunità che prega davvero e che cerca seriamente di conoscere sempre meglio Gesù; servono la confessione frequente, l’eucaristia se possibile quotidiana, incontri o seminari sulla parola di Dio e sul matrimonio, sane letture e buone amicizie che ci accompagnino in un cammino di perdono e di guarigione dalle ferite della vita a partire dalla nostra infanzia. Sono quelle che ci rendono spinosi nel rapporto con noi stessi, con l’altro e con Dio.

Cosa siamo disposti a fare per recuperare il nostro matrimonio?

Cosa saremmo disposti a fare per salvare la nostra vita da una malattia mortale? Se ci dicessero che per sopravvivere non dovremmo mai più mangiare dolci e nemmeno la maionese (orrore), camminare a piedi per 4 km al giorno e alzarci alle 4 ogni mattina…lo faremmo? O preferiremmo morire? Che poi si parla “solo” di morte corporale…

E cosa siamo disposti a fare per salvare il nostro matrimonio, che è la nostra via di santità? Qui si parla di vita eterna, che è davvero un tempo lungo.

Siamo disposti a perdonare fino a settanta volte sette, a smussare gli spigoli del nostro carattere, a crescere nell’amore di Dio per crescere nell’amore del nostro coniuge? Siamo disposti a perdere noi stessi come centro di gravità permanente, a smettere di valutare tutto dal vangelo secondo me, a rinunciare ad organizzare la vita di tutta la famiglia e a iniziare a considerare l’altro superiore a me stesso? Siamo disposti a prendere decisioni chiedendo l’opinione a Dio e non al mondo?

“Gli dissero i suoi discepoli: Se questa è la situazione…allora non conviene sposarsi”

Conviene, conviene, fidatevi. Se è la vostra vocazione, sarete felici solo percorrendo pienamente e totalmente questa strada.

Garantisco di persona.

Parola di ex separata.

Che senso ha?

perdonare

Nei dialoghi occasionali a scuola con i bambini di 5 anni mi capita spesso di imbattermi in argomenti che mi obbligano a riflettere sulle ragioni più profonde della vita.

Riporto qui di seguito il dialogo di oggi.

La conversazione con Giulio (nome di fantasia), 5 anni, avviene alle 16.15. Giulio sta aspettando la mamma mentre gli altri bambini giocano divertiti. Lui appare triste, trattiene a stento il pianto.

-Giulio, cosa c’è? Perché non giochi? Sei triste?

-Sì.  Ma la mia mamma arriva?

-Certo che sì. Hai mai sentito di qualche bambino abbandonato a scuola? Nessuno, te lo assicuro. Vanno a casa tutti, anche le maestre.

A quel punto Giulio, che si è assicurato la mia attenzione nel caos primordiale che regna in salone al momento della riconsegna, si rivolge a me con uno strano tono: il viso sorride in modo innaturale, si capisce che c’è dietro una fatica immensa, e la voce è mesta. Sembra quasi una provocazione; la frase arriva come una nevicata a ferragosto e mi coglie di sorpresa: IL MIO NONNO E’ MORTO.

Punto.

Poi mi osserva, come in attesa di un commento che dia senso a tutto questo.

-Ah, è successo da poco o tanto tempo fa?

-Da poco

-Allora mi stai dicendo che tuo nonno è in cielo con Gesù? E che sta facendo festa con lui?

Si ferma a considerare, poi sorride:

-Sì…

E’ il papà del papà o il papà della mamma? Tu gli vuoi bene? La nonna piange? La mamma piange? (parlo volutamente al presente)

Gli faccio un po’ di domande, come a fare emergere una verità che diventa realtà quando ce la si racconta, poi gli dico che certo, chi lo ama sente la sua mancanza, ma un giorno saremo tutti insieme e faremo festa. Pensa che bello, Giulio, tutti insieme per sempre. Con Gesù, Maria, gli angeli…

-E’ vecchio il tuo nonno?

– Sì.

-Eh, ma ora non lo è più. In paradiso si è tutti giovani, lo so perché alcune persone ci sono state e hanno detto così: né giovanissimi né vecchi, tutti sui 30 anni, né grassi né magri, né alti né bassi, nessuno malato, nessuno con gli occhiali, tutti sani e felici. E nessuno invecchierà più. E nessuno morirà più.

A quel punto Giulio sembrava avere trovato una gioia in una verità che già conosceva (perché a scuola ne parliamo) ma che aveva dimenticato perché fino ad allora non lo aveva toccato da vicino. Ora quella verità diventava concreta e attuale per lui.

Adesso però ero io a guardare Giulio con uno sguardo mesto in un sorriso forzato. Sì, perché riflettevo sull’altro lutto che il bambino aveva subito da poco: i genitori, cioè le persone che ogni bambino ama incondizionatamente, si erano separati. Giulio li ama come coppia, tutti e due insieme, prendere o lasciare.

Impossibile essere felici amandoli separatamente, la sofferenza è immensa.

Avevo paura che mi chiedesse conto anche di questo dolore.

Perché sulla morte c’è un lieto fine, una speranza che non delude, una consolazione che è pienezza…ma sulla separazione?

Quale speranza nel dolore, quale gioia nella tribolazione, quale attesa di pienezza in tutto questo?

Ho capito che la morte è più facile da accettare perché è nel progetto di Dio, ma la separazione non ha nessun mistero di salvezza in sé.

Lo Spirito Santo mi ha tolto da questa impasse: è arrivata la mamma di Giulio.