Da “mammina e papino” a madre e padre. — Giù le mani dal matrimonio!

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Da “mammina e papino” a madre e padre. — Giù le mani dal matrimonio!

mamma e papà

Nel corso di questi 20 anni di “missione” alla scuola dell’infanzia ho avuto modo di osservare, studiare, confrontare e condividere le storie di centinaia di famiglie. A questo aggiungo la mia esperienza di madre nelle due versioni: a.C. e d.C. (prima e dopo l’incontro con Gesù)
Nel vivere accanto alle famiglie mi sono accorta che ci sono alcune situazioni, alcuni errori e alcune strategie di metodo che si ripetono come da copione.
Proviamo ad affrontare diversi tipi di comportamento dei bambini, considerando alcuni atteggiamenti comuni a molti genitori. Poi consideriamo se può esistere una relazione tra essi.
1. IL BAMBINO TIRANNO
Arriva a scuola e si nasconde dietro la mamma. Rifiuta di entrare in classe se prima non ha contrattato, o meglio, dato le indicazioni sullo svolgimento della giornata:
“mi vieni a prendere tu, non la nonna, mi porti un gioco, vieni prima della merenda…”
Appena la mamma se ne va (dopo aver lottato con i sensi di colpa perché sa già che non potrà soddisfare tutte le richieste del pargolo), il bambino si lancia in un gioco sfrenato con i compagni, di cui spesso ne è il leader.
2. IL BAMBINO INSICURO
Arriva a scuola in braccio alla mamma e si attarda in corridoio o sulla porta della classe per parecchi minuti. Chiede l’ultimo bacio per la sedicesima volta, assume lo sguardo di chi sta partendo per la guerra in Siria. Si aggrappa alla camicetta della mamma come a volerne strappare un pezzetto di reliquia da adorare durante la giornata.
Appena la mamma se ne va (dopo aver lottato con i sensi di colpa per aver abbandonato il pargolo a tale specie di mostro-maestra) il bambino gioca come tutti, ma con l’ausilio di un solo occhio. Con l’altro tiene sotto controllo l’insegnante perché non debba mai “pizzicarlo” e poi riprenderlo. Per nessun motivo. Non lo sopporterebbe.

3. IL BAMBINO ARRABBIATO

Arriva a scuola ed entra in classe senza salutare la mamma che gli urla: “Non mi salutiiiii??? Nemmeno un bacinoooooo???” Ma lui si è già lanciato nella mischia e detta le condizioni del gioco da vero boss in erba.
Appena la mamma se ne va (dopo aver lottato con i sensi di colpa perché di sicuro ho sbagliato qualcosa se non gli viene nemmeno da piangere quando vado via), si lancia in imprese ancora più impegnative. Soprattutto per chi subisce la sua rabbia.

Non abbiamo parlato dei papà.
Spesso i papà di questi bambini possono avere diversi atteggiamenti:
• c’è chi è stato spodestato dal suo ruolo genitoriale dalla moglie perché è meglio che faccio io, tu non capisci, è piccolo e devi avere pazienza, ti arrabbi troppo.
• c’è chi invece non ha ancora compreso che le indicazioni di Gesù sono preziosissime istruzioni di vita: “L’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno un carne sola…”. No, non hanno lasciato la famiglia di origine e non smettono di essere prima di tutto figli. Per questo faticano ad essere padri, per questo cercano nella moglie un surrogato di mamma.
• C’è chi invece ha fatto sue le ultime frasi-bandiera della pedagogia moderna, del tipo: non è importante la quantità di tempo che passate con vostro figlio, ma la qualità. Sì, va bè, ma conta anche la quantità. Un padre assente è un vuoto affettivo che resta.
• C’è chi ha accettato di trasformarsi in “mammo”, sottomettendosi totalmente alla volontà e alle indicazioni operative e metodologiche della moglie che, in quanto donna, agisce e pensa da donna. Il padre è stato inventato per agire e pensare da uomo anche con il proprio bambino. Grazie a Dio.
CHE COS’HANNO IN COMUNE il bambino tiranno, quello insicuro e quello arrabbiato?
Secondo la mia modesta opinione, che resta solo un’opinione, hanno in comune alcuni errori educativi dei genitori.
Non voglio affrontare il tema delle cause di certi atteggiamenti, perché finiremmo a ritroso a cercare le motivazioni nei nostri progenitori dell’Eden. Vorrei solo affrontare qui di seguito questi atteggiamenti comuni in cui sono incappata anch’io, ovvero alcuni pensieri scorretti che deviano il nostro rapporto educativo verso una direzione pericolosa.
1. Se gli dico di no piange. Non deve piangere perché se no pensa che io sia un genitore cattivo.
2. Se lo lascio a scuola o dai nonni penserà che non voglio stare con lui: meglio rimediare assecondando appena possibile le sue richieste
3. Mi metto nei suoi panni e capisco che nemmeno io alla sua età avrei accettato di riordinare tutta la stanza… meglio lasciare perdere
4. Chiedo a lui se desidera fare il corso di nuoto oppure no (oppure cosa vuole per cena, come si vuole vestire, se sedersi o no nel seggiolino auto, ecc). E’ importante che scelga lui cosi non avrà da lamentarsi.
5. Se mio marito dice no, poi io dirò di sì perché non si può metterlo in castigo per certe cose…
6. Vabbè ho detto che oggi non guarda la tele perché è in castigo ma faccio finta di essermi dimenticato. E chi lo regge se no?
7. Se vuole dormire nel lettone che male c’è? E’ il nostro cucciolino…
8. Non mi importa se ci sente discutere! Deve sapere che io e te non siamo sempre d’accordo su tutto!
Penso di averli fatti tutti questi errori. E non con un solo figlio. Eh no! Con tutti e due!
Errori che insinuano nei bambini delle certezze:
1. Il pianto funziona. Se resisto, alla fine ottengo ciò che desidero.
2. I sensi di colpa funzionano.
3. I miei genitori dicono una cosa e poi ne fanno un’altra. E’ questione di resistenza, prima o poi capitolano. (esito del minacciare a vuoto)
4. Fanno scegliere a me??? Ma loro non sanno cosa è bene e cosa è male per me??? Ma in che mani sono? E’ meglio che me la cavi da solo, ma che paura e che rabbia! (immaginatevi di andare con urgenza dal vostro medico, con un forte dolore al petto. Lui vi dice: faccia lei. Se vuole la opero al cuore, sennò prenda la cardio aspirina, o se desidera facciamo un ECG… rabbia, paura e desiderio di cambiare medico.)
I bambini vogliono da voi la verità. Non una opinione discutibile e contrattabile. Pretendono che voi sappiate ciò che è bene e ciò che è male. E che siate d’accordo tutti e due. Anche se reagiscono con ribellione al no, fidatevi. Se sapete che è il bene per lui ne otterrete stima, obbedienza e rispetto. Nonché un umore più sereno di tutti i componenti della famiglia.
5. Dividi et impera. Se mamma e papà non sono d’accordo tra loro, mi basterà identificare l’anello debole della catena e il gioco è fatto. Perché ubbidire?
6. Minacciano ma non mantengono. Niente paura.
7. Nel lettone ci sto io perché voglio stare in mezzo a mamma e papà. E poi ho paura di stare da solo nel lettino. Se mi tengono nel lettone vuol dire che faccio bene ad avere paura. E’ vero che sono piccolo e che è giusto che mamma e papà non dormano da soli insieme. (La coppia ovviamente risente di questa mancata intimità, il ruolo del padre perde di autorevolezza perché è stato spodestato e invitato a dormire relegato in un angolo del letto, sul divano o addirittura nel lettino al posto del bambino. Le relazioni sono disordinate. Ciò contribuisce a dare insicurezza nel figlio e difficoltà di relazione nella coppia. Se questa situazione “sta bene” ad entrambi i coniugi, io una domanda me la farei…)
8. Mamma e papà litigano! E’ colpa mia? E adesso? Chi ha ragione? Cosa si fa? (Immaginate il solito esempio di voi con un forte dolore al petto e i due medici del pronto soccorso che si accapigliano perché hanno due pareri contrastanti su come intervenire. Sulla vostra pelle, ovviamente).
Insomma, fatte queste radiografie delle diverse situazioni, cercando di identificarne le cause e gli effetti, passerei a chiedere un parere al massimo esperto di relazioni, di educazione e di guarigioni: Gesù.
Il quarto comandamento “onora tuo padre e tua madre”, contiene una promessa: perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore tuo Dio…”
Come genitori abbiamo il dovere di insegnare ai nostri figli, con una sana educazione, ad onorare il padre e la madre. Non si educa solo con le parole, ma con l’amore, la presenza, le regole e l’esempio. Come trattiamo i nostri genitori? Abbiamo rispetto per loro anche se sono anziani e magari noiosi? Abbiamo elaborato un sano distacco da loro o viviamo ancora una sorta di dipendenza? Ci teniamo al giudizio di Dio come padre?
I bambini non devono sentirsi su di un piedistallo. Gesù solo è da adorare in un ostensorio, non nostro figlio. Non è il suo bene. Non ha un futuro da Dio, ma da figlio di Dio amato da Dio fino a morire per lui.
I due saranno una carne sola… ecco come ci devono vedere i nostri figli: come una sola carne. Ma come la Trinità è un unico Dio in tre persone DIVERSE E DISTINTE, cosi noi dobbiamo avere (e quindi ricercare) una comunione di Spirito nella coppia. Ciò ci aiuterà a ricercare il vero bene del bambino e ad operare nella stessa direzione. Con gli stili propri del maschio e della femmina.
Lasciate che i bambini vengano a me… insegniamo ai bambini ad amare Gesù e così, portandoli a Lui, impareremo anche noi a riconsegnare questo dono prezioso al nostro Dio, Padre e Re. Solo lui può guarire le ferite che quotidianamente e umanamente e spesso inconsapevolmente provochiamo nei nostri figli. Solo Gesù può sanare la nostra relazione educativa dal desiderio di possesso o dalla paura.
E così, seguendo Gesù, ci trasformeremo da mammina e papino, preoccupati di soddisfare le richieste di accudimento e di coccole, a PADRE E MADRE: persone che con la propria testimonianza e con il proprio amore sanno dare risposte vere e concrete sul senso della vita.

 

 

 

 

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Perdonare…Dio!

perdono DioCalma, calma, non sono impazzita.

Non sto dicendo che Dio abbia bisogno di perdono: Dio è amore e pertanto impossibilitato a compiere del male per cui farsi perdonare, ma è capitato a molti di noi di sentirsi come dimenticati, o addirittura “colpiti” dalla mano di Dio.

Penso ad esempio ad un lutto, il più grave da vivere: quello di un figlio. Oppure ad una malattia invalidante, ad una perdita della stabilità economica, ad una separazione tra coniugi che porta oltre alla grande sofferenza, povertà morale, spirituale ed economica.

La domanda che scaturisce è sempre la stessa: PERCHE’?

Perché a me? Cosa ho fatto di male per meritarmi tutto questo? Signore, perché mi fai così male?

L’argomento è delicato, parlare delle sofferenze delle persone è come avvicinarsi al roveto ardente. Disse Dio a Mosè in quella circostanza: “togliti i calzari dai piedi, perché il luogo sul quale stai è suolo sacro”.

La sofferenza è sempre un mistero, come lo è il mistero d’iniquità. La morte è entrata nel mondo per mezzo del peccato, non per volontà di Dio. Per volontà di Dio è entrata invece la passione e la morte del Figlio e di conseguenza la nostra salvezza.

Ma allora la sofferenza è legata al peccato? vediamo cosa dice la Sacra Scrittura nel Vangelo di Giovanni al capitolo 9:

Passando vide un uomo cieco dalla nascita  e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?».  Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio.

e ancora, in Luca 13:

In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù rispose: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte?  No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo.  O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?  No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».

Quindi il peccato non sempre è direttamente collegato con la persona che soffre (dico non sempre perché se rubo e quindi vado in prigione, o se insulto una persona che mi prende a schiaffi, me la sono andata a cercare, pago le conseguenze del mio peccato), ma come abbiamo già detto il peccato non è mai un fatto personale.

Penso ad un mio amico morto recentemente di una malattia che non lascia scampo e che si “guadagna” insieme allo stipendio, lavorando l’amianto. Anni fa nessuna sapeva che l’amianto fosse nocivo….Nessuno? E chi lo sa. Magari per avidità di guadagni si sono taciuti alcuni dettagli che dettagli non sono. E quel peccato ricade su molti.

“Ma cosa centra il tuo amico col peccato di chi ha speculato con l’amianto? Perché deve pagare lui?”

Il solito libero arbitrio. Nessuno è obbligato a fare il bene. Spesso sento dire (l’ho detto anch’io, anni fa) “Perché Dio permette che accadano certe cose? Violenze su bambini, guerre devastanti, ecc ecc.

Poi mi sono data una risposta, cercando di immedesimarmi in Dio. Sembra difficile, ma se ci ricordiamo che Lui è un genitore, dobbiamo solo elevare all’ennesima potenza l’amore che noi abbiamo per i nostri figli e avremo una pallida idea di come la pensa Dio.

Io non obbligherei mio figlio ad amarmi. Lo so, non potrei nemmeno volendo, ma immaginiamo per un attimo di avere il potere di cambiare il cuore e il cervello del nostro pargolo. Ecco, con un filtro magico potrei “plagiare” il suo cervello. Ma non mi basterebbe, vorrei che non solo mi amasse, ma addirittura che prendesse le decisioni che voglio io, no che a 29 anni mi dice che si trasferirà a Sydney, Australia, dalla parte opposta del pianeta!

E magari farei lo stesso con mia figlia, con mio marito, con mio fratello, con i miei amici, le mie colleghe, con i miei alunni e le loro famiglie….e addio libertà! Un bel mondo di burattini. Questo non è amore.

“Ma Dio potrebbe almeno preservare gli innocenti”.

Preservare gli innocenti. Vuol dire impedire che vengano commessi i peccati. Quindi non solo quelli degli altri, ma anche i miei. E come? Potrebbe magari paralizzare la persona che lo sta commettendo, come un fermo immagine…oppure fulminarla all’istante. Io sarei già morta milioni di volte, ma sono certa che insieme a me ne sarebbero spariti molti altri, anzi, moltissimi. Moltissimissimi.

Innocenti che muoiono, ad esempio, sono i bambini abortiti. Oggi leggevo un articolo sulla pillola dei cinque giorni dopo. Dicono non sia abortiva, ma dopo 5 giorni l’ovulo è già fecondato. Anche noi siamo stati ovuli fecondati ed ora siamo qui a parlare di Dio, di vita eterna e abbiamo grandi progetti. Meno male che le nostre madri ci hanno amati da subito. Sembra scontato ma non lo è purtroppo.

Quindi meno male che io non sono Dio (ed è una grazia anche per voi) e meno male che Lui ha pensato ad una strategia vincente per fermare il male. Noi fermeremmo il male eliminando il colpevole, (e in questo modo saremmo ormai all’estinzione della razza umana), Lui invece lo vince dando la vita per noi che siamo anche colpevoli. A volte vittime, a volte carnefici.

Lo vince, sì. Anzi, lo ha già vinto. Perché so che il cancro non si è portata via mia madre, ma è stato un mezzo per portarla nella gioia piena alla presenza di Gesù. Certo, mi sarebbe piaciuto averla vicina per più tempo, magari fino a che avesse conosciuto mio marito e i miei figli. Si sarebbero amati moltissimo, ne sono certa. Mia madre: una donna amorevole con tutti e piena di vita, ma lontana da Dio. Si ammala di cancro e le resta poco da vivere. Negli ultimi mesi di lei si prende cura (oltre che il marito), la mia madrina, una cara zia innamorata di Gesù, che la accompagna in un cammino di fede, di vita nuova.

Vita nuova?! Sta morendo e tu parli di vita nuova?

Sì. E’ quella vita vissuta con Gesù, chiamandolo a stare con noi nella gioia, nella tribolazione, nella buona e cattiva sorte, nella ricchezza e nella povertà, nella salute e nella malattia. Come le promesse matrimoniali, così sono le promesse che Gesù fa a noi se vogliamo entrare nella vita nuova. E Lui mantiene sempre le sue promesse.

Mia mamma si è convertita a poche settimane dalla morte, ha iniziato a ricevere un sacerdote ogni giorno per la Confessione e la Santa Comunione. La zia mi ha riferito che negli ultimi giorni mia mamma non aveva preoccupazioni né per me né per mio fratello. Aveva riposto la sua fiducia e la sua famiglia in Dio.

Mio padre, pur amandola da morire, non aveva risposte da darle, perché non era credente e pensava di fare il bene della moglie negando fino alla fine che lei sarebbe morta. Ma una persona che sta per passare all’altra vita ha bisogno di sentire la verità per essere preparata, accompagnata, rassicurata.

Io benedico oggi anche quella sofferenza che come bambina (e anche come ragazza) ho vissuto, perché nulla va perduto nell’economia divina. E quella sofferenza offerta a Dio da parte di mia madre è stata trasformata in grazia che si è riversata su di me e sulla mia famiglia e poi sulle famiglie dei miei figli. Ho perdonato Dio per “avermi portato via” mia madre da bambina e mio padre da ragazza, ma ho la certezza che li rivedrò, perché come il peccato non è un fatto personale, anche la grazia non lo è. Si riversa a pioggia, secondo le promesse di Dio, sulla famiglia e sulle generazioni successive.

Ecco che allora possiamo vincere la guerra contro la disperazione e contro chi ci vuole senza gioia (il solito inquilino del piano di sotto) benedicendo ogni istante della nostra vita. Benedicendo la nostra storia, le nostre relazioni e tutto ciò che abbiamo.

Chiediamo a Gesù di prendere il posto di guida e fidiamoci di Lui. Ci saranno strade scoscese e piane, strade disconnesse e altre asfaltate, magari bucheremo una gomma o si fermerà il motore per un po’, ma non disperiamo e non dimentichiamoci di fare sempre  il pieno di Spirito Santo. Guardiamo sempre nella direzione giusta, lasciando guidare Gesù, per poter raggiungere la meta nel tempo fissato.

Non da noi, naturalmente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PERDONARE GLI ALTRI 2° parte

perdono 2Abbiamo affrontato nel precedente articolo l’argomento perdono principalmente legato alle ferite ricevute e provocate durante il rapporto sessuale e di quale sia il progetto di Dio sull’unione carnale dei due coniugi.

Ora proviamo a pensare alle ferite ricevute come figli e inferte come genitori.

Il rapporto genitori figli risente spesso di quella tensione egoistica che ci fa considerare il pupo (che a volte resta tale per noi anche a 30 anni) come un nostro possesso.

Nella maggior parte dei casi questa “stortura d’amore” appartiene alle donne: “l’ho tenuto nella pancia nove mesi….!”

Uno degli errori più comuni, dovuti proprio a questo modo di amare, è quello di investire il pargolo di tutte le aspettative che abbiamo:

“…non farà la mia fine, dovrà studiare e affermarsi nel lavoro, non si fidanzerà con la persona sbagliata, io non sarò mai una madre/un padre uguale alla mia/mio, gli insegnerò ad essere onesto, leale, amorevole, docile, corretto, maturo, responsabile, studioso, tenace, brillante, allegro, positivo, accondiscendente, valoroso, affidabile, coraggioso, misericordioso…..ecc ecc.

E chi non vorrebbe che il proprio foglio fosse così?

Ma c’è un piccolo particolare: i bambini imparano ciò che vedono e ciò che vivono e noi siamo comunque dei peccatori. Anche il modello più sofisticato di genitore non sarà mai in grado di corrispondere alle aspettative che  invece ha sul figlio. Quindi dovremo lavorare su di noi per avere dei figli “di qualità”.

Ma veniamo agli effetti di questo atteggiamento: nella mia mente prende vita un idea di figlio che spesso non corrisponde alla realtà e che mal si concilia con il pupo in carne e ossa che ogni mattina si alza dal letto grugnendo a fatica un “bella zia!”

Non riesco ad accettarlo, non è così che me lo ero immaginato, progettato, idealizzato. Come guarderò quel ragazzo? Con lo stesso sguardo che Gesù ha su di me e su ognuno di noi? No.

Lo guarderò come un fallimento e spenderò moltissimo fiato ed energie per rimproverarlo, combatterlo, cambiarlo. Con questo non intendo dire che i figli non vadano educati, ma, come dice Pietro Lombardo, pedagogista cattolico e padre, per educare ci vogliono

                                                              amore, presenza e regole.      

Ma quell’amore che ci serve e che dobbiamo donare al figlio, dove lo andiamo a prendere? Qual è il nostro fornitore ufficiale? Non può essere un essere umano, perché anche lui non brilla di luce propria, e nemmeno un extraterrestre! Solo con Dio possiamo imparare ad amare senza possesso, senza pretese, ma con la fermezza e la dolcezza tipica di Dio, colui che è padre e madre.

La presenza: dobbiamo essere presenti fisicamente ma anche autorevolmente. Che presenza siamo per i nostri figli? Sfuggenti, chiusi, poco responsabili, insofferenti, scostanti, o magari giudicanti, assillanti, possessivi, timorosi, diffidenti, castranti? Che esempio siamo per loro?

Le regole della nostra famiglia da dove vengono? Non parlo solo delle regole che si decidono nel piccolo, come lavarsi i denti prima di andare a letto o non più di mezz’ora alla “Play”, ma le regole che nascono dal nostro giudizio sulla vita. Da chi ci facciamo dire ciò che è bene e ciò che è male? Chi ci indica la via per relazionarci con le persone, con le cose, con il lavoro, con il denaro, con il nostro corpo, ecc? Come affrontiamo certi discorsi con i nostri figli come il senso della morte e della vita, dell’amore, della fede?

Ecco che ogni volta che lasciamo fuori dalla nostra vita Dio, creiamo dei danni non solo a noi, ma anche a chi ci sta vicino, particolarmente alle creature che ci sono state affidate. Sembrano i NOSTRI figli, ma in realtà sono DONI, figli preziosissimi di Dio. Egli nel suo immenso amore ha desiderato donarli a noi, che indegnamente li cresciamo, perché imparino ad amarlo e conoscano la strada per la vita che non finisce mai.

Quante ferite abbiamo provocato come genitori, ma quante ricevute come figli.

Mi capita spesso di conoscere persone già molto avanti con l’età, ancora legate dal giudizio spietato di mammà, che non riescono cioè a tagliare il cordone ombelicale per timore di provocare uno strappo letale con l’anziana genitrice.

Vittime dei ricatti morali, faticano ad avere un sano distacco nella relazione con la madre o con il padre (più spesso con la madre), faticano a perdonare le vecchie ferite, faticano a credere di non essere “quella roba lì”, cioè quel figlio ingrato insensibile, brutto e cattivo che il genitore si ostina a denunciare.

Sono tante le ferite ricevute dai genitori, ma tra le più profonde ci sono quelle legate alla separazione dei due. Spesso chi si separa dice che “tutto sommato i bambini l’hanno presa bene, meglio così, piuttosto che vederci sempre litigare”.

Ciò non toglie che al bambino viene tolto quanto ha di più prezioso: l’amore condiviso tra mamma e papà.

E poi ci sono i figli deludenti. Quelli che hanno su di sé uno sguardo “da compatimento” da parte del genitore, che con gli occhi dice  “sei un poveretto, non ce la puoi fare”. Questo sguardo ammazza la speranza e anestetizza  i doni di Dio.

Un ragazzo inizia a diventare uomo quando il padre lo considera tale e glielo comunica anche senza troppe parole. Quanti uomini adulti sono ancora ragazzi a causa di genitori castranti, iperprotettivi, sostitutivi, ecc.!

Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e saranno una sola carne. (Genesi 2:24)

Quanti sono matrimoni distrutti a causa di questa difficoltà ad ubbidire a Dio? L’uomo (e la donna) lascerà suo padre e sua madre. Non significa che si dimenticherà dei genitori, ma che dovrà ritenersi una sola carne con il coniuge, non permettendo ad alcuno, tanto meno ai genitori, di intromettersi in questa unione e comunione.

Quindi i genitori riescono a ferire i figli anche quando essi sono  fuori casa, magari sono genitori a loro volta.

Come fare per guarire queste ferite familiari o addirittura generazionali?

I sacramenti sono sempre la miglior risposta a tutti i nostri guai, ma anche la preghiera non può mancare in queste circostanze.

Come genitori possiamo in preghiera tornare all’istante della nascita di nostro figlio e chiedere a Maria e a S.Giuseppe di essere presenti in quel momento. Possiamo come genitori consegnare il neonato a Maria, chiedendole di stringerlo a sé e di guarire con il suo amore le ferite che come madre abbiamo provocato. Chiediamole di prendersi cura di nostro figlio e lo consacriamo a Lei. Poi facciamo la stessa cosa con S. Giuseppe, chiedendogli di guarire le ferite provocate dal padre. Chiediamo alla sacra Famiglia di venire ad abitare a casa nostra e mettiamoci sotto la protezione di Gesù, Giuseppe Maria.

Ci sono poi i perdoni da chiedere ai bambini abortiti. Solo il Signore conosce l’entità personale di questo peccato, quanto vi è di piena vertenza e di deliberato consenso. Solo Dio lo sa. Possiamo chiedere perdono in preghiera ai bambini mai nati, dando loro un nome.

Ci saranno sempre perdoni da dare e da ricevere. Possiamo chiedere in preghiera a Gesù di mostrarci quali sono le persone che desidera che perdoniamo e quali sono quelle a cui dobbiamo chiedere perdono. Anche se queste persone non sono più raggiungibili perché morte o lontane, oppure  se non desiderano perdonarci, è importante che chiediamo comunque la grazia di poterle perdonare nel nostro cuore. E’ bene ricordare quanto perdono abbiamo ricevuto da Gesù, quale debito è stato estinto per noi e a che prezzo, per dirigere il nostro cuore verso il perdono agli altri. Solo sentendoci bisognosi di perdono potremo perdonare.

Il perdono libera chi lo dona e chi lo riceve. Il perdono scioglie i legami e lascia le zavorre del cuore a terra, perché sia libero di volare leggero nel cammino verso Gesù.

 

 

 

 

 

PERDONARE GLI ALTRI (1° parte)

perdonoAbbiamo parlato della necessità e, insieme, delle difficoltà a perdonare se stessi. Ora proviamo ad affrontare il perdono da donare agli altri, a coloro che ci hanno ferito, umiliato, ecc.

Come sappiamo il coltello affonda più profondamente in noi, se chi lo impugna è vicino, quindi è naturale che una ferita provocata da mio marito o da una persona con cui ho una relazione profonda, sarà più dannosa di una ferita ricevuta dal postino o dal vicino di casa.

Personalmente ritengo che tra coniugi e tra fidanzati le ferite più profonde e più pericolose, che se non vengono sanate portano alla degenerazione della relazione, sono quelle ricevute e inferte nel rapporto sessuale.

Prima di iniziare il mio cammino, cioè prima di incontrare Gesù che ha ribaltato la mia vita, credevo che la Chiesa in merito al rapporto sessuale chiedesse di “praticarlo” solamente con lo scopo generativo. Niente desiderio, niente passione, niente piacere. E poi, dopo aver avuto un certo numero di figli? Niente. Fine. Amen.

Invece ho scoperto che non è così: la Chiesa riconosce all’unione coniugale (di persone unite dal Sacramento del Matrimonio) una funzione UNITIVA e procreativa.

Una scoperta entusiasmante:UNITIVA. Ciò significa che due sposi che si uniscono carnalmente stanno crescendo nella comunione tra loro, stanno donando loro stessi, come Cristo ha fatto con la sua Chiesa. Quando abbiamo letto, mio marito ed io, gli insegnamenti di Giovanni Paolo II sulla teologia del corpo e in particolare sul sacramento del matrimonio, ci si è aperto un mondo: quanta ignoranza! Abbiamo scoperto, sintetizzando e cercando di comunicarne almeno in parte la bellezza, che:

  • quando due sposi uniti dal sacramento si uniscono carnalmente, vi è un’effusione di Spirito Santo. Quello, quindi, è un ottimo momento per rinnovare nel proprio cuore la lode e la gratitudine a Dio per il dono ricevuto del nostro coniuge e per consegnare a Lui il nostro cuore con le sue intenzioni;
  • questo atto unitivo si può paragonare al momento in cui il sacerdote consacra pane e vino sull’altare;
  • questo atto, se vissuto come donazione totale di sé e non come atto egoistico, diventa col tempo sempre più puro, ci trasforma in persone sempre più rispettose dell’altro, accresce la comunione tra noi e con Dio e favorisce la fiducia e l’amore reciproci.
  • Nell’unione tra i coniugi si impara a fidarsi l’uno dell’altro, ad ascoltarsi, ad accogliersi e ad essere sinceri.

Il rapporto sessuale vissuto fuori dal matrimonio è peccato e non può essere “veicolo” di comunione. Il peccato è sempre un ostacolo in qualsiasi relazione, tanto più in quella tra i coniugi.

Un rapporto sessuale vissuto non alla presenza di Dio, quindi senza sacramento, o anche  col sacramento ma pervertendone il significato originale (contro natura, facendo uso di pensieri, parole o peggio ancora espedienti per “accendere” l’eccitazione), è sempre peccato.

Non fa crescere nella comunione e nell’amore ma, al contrario, provoca ferite perché ha sempre bisogno, per mantenersi vivo, di espedienti sempre nuovi, pena la morte del desiderio. Un peccato che si alimenta col peccato.

Un rapporto vissuto in grazia, invece, si alimenta con la preghiera e scatena una pioggia di grazie dal Cielo. Non è una notizia meravigliosa?

Per risanare le ferite accatastate in 3 anni di fidanzamento vissuti lontani da Dio e in 23 anni di matrimonio lasciando fuori il nostro Re dalla camera da letto, abbiamo dovuto consegnare tutto a Gesù. Tutto tutto, dal nostro corpo al nostro tempo, dai nostri cari ai nostri nemici, dal passato al futuro. Ogni istante, ogni relazione, ogni situazione, ogni peccato. E, una volta scoperto il piano originale di Dio su quell’atto santificante, abbiamo desiderato chiederci e donarci il perdono reciproco. Per tutte le volte che ci siamo negati con una scusa o per pigrizia, per tutte le volte che ci siamo umiliati, usati e ricattati moralmente a vicenda. Per tutte le volte che non abbiamo ascoltato e compreso le difficoltà dell’altro e abbiamo “preteso” il dovere coniugale. Per tutte le volte che abbiamo mentito o agito dietro pagamento: per avere in cambio, cioè, un po’ di pace, un po’ di attenzione, un po’ di piacere egoistico.

Donne e uomini, grazie a Dio, hanno modi diversi di pensare e di agire, anche nell’intimità. Mio marito ed io abbiamo imparato che gli uomini non sono telepatici, e che quindi c’è bisogno che certe cose vengano dette apertamente dalla moglie, sempre in quella relazione di intimità che deve appunto crescere. Donne, non diamo nulla per scontato, si rischierebbe di spendere anni nell’attesa che lui capisca quello che desideriamo o che non desideriamo, quello che ci aspettiamo da lui e che invece chissà perché “lui non ci arriva”.

Non ci arriva perché è un uomo e come tale è stato progettato per essere il nostro completamento. Quindi diverso da noi. Vabbè, noi siamo arrivate dopo e quindi siamo noi a completare loro ma infondo è la stessa cosa 🙂

Quindi, ricapitolando: la chiesa dice “fatelo bene e fatelo spesso. Aperti alla vita, nella verità del Sacramento,  alla presenza di Dio, nella lode e nella gioia, amandovi nell’offerta di voi stessi e con grazia dello Spirito Santo”.

Com’è cambiata la nostra vita! C’è voluto tempo, preghiere, dialogo tra noi e con Gesù, sacramenti e pazienza; ma quanto abbiamo guadagnato! Tanto da farci dire ad ogni coppia di  sposi nel giorno del loro matrimonio: “che questo sia il giorno meno felice della vostra vita, perché da oggi in poi il vostro amore unito a Gesù dovrà crescere giorno dopo giorno e con esso la vostra felicità”.

Se guardando il nostro coniuge non riusciamo a pensare “Lo/la amo più di ieri”, significa che qualcosa non va. L’amore coniugale è come la fede: non si sta mai fermi. O si fanno passi avanti oppure se ne fanno indietro. E spesso la causa di questo blocco sono proprio perdoni non dati.

Ricordo con gioia la prima frase del primo incontro per le famiglie tenuto da un santo sacerdote: “Il matrimonio è l’incontro tra due peccatori”.

Quando l’ho sentita ho tirato un respiro di sollievo. Ciascuno dei due avrà sempre qualcosa da farsi perdonare dall’altro e da Dio. Ma se stiamo con Dio, nostro Padre, impareremo da Lui il suo perdono, che accoglie, non giudica ed è senza limiti.

 

 

 

 

PERDONARE CHI??

perdono-di-sePerdonare un marito o una moglie che ti tradisce, un amico che ti rinnega: impossibile? Sì. Impossibile all’uomo ma possibile a Dio.

Ma prima di addentrarci a parlare del perdono a chi ci ha strappato il cuore per metterlo sotto ai suoi piedi, parliamo di una persona difficile da perdonare, molto vicina a noi, dalla quale pretendiamo il massimo perché ci conosce bene (o crede di conoscerci bene), ci è stata vicina nei momenti importanti della vita e anche in quelli no. Una persona che vorremmo fosse perfetta ma non lo è: quella persona siamo noi.

Perdonare se stessi è tanto più difficile quanto più sono grandi la nostra disistima, il nostro orgoglio, la nostra autosufficienza, la nostra mancanza di fede e la pretesa di perfezione.

Ogni volta che ci accingiamo a giudicare una persona noi ci poniamo come modelli da imitare: mamma mia che poco di buono quella donna… quello si è separato perché è solo un vanitoso e pieno di sé…se fossi io la madre di quel bambino saprei come educarlo, mica come quella che se ne frega. E così via, in una serie di giudizi senza sconti che escono dalla mia bocca e magari ogni tanto anche dalla vostra.

Il giudizio ci è chiesto. Non sulla persona, ma sul fatto. Giudicare  un fatto significa “far passare allo scanner del Vangelo” gli eventi della vita per cercare di comprendere se ciò che ci viene presentato sia bene o male. E non sono io che stabilisco cosa sia bene e cosa sia male. Ci hanno provato i nostri progenitori a farlo, mangiando il frutto proibito, quello appunto della conoscenza del bene e del male, perché volevano possedere il giudizio ultimo, poter decidere al posto di Dio. Sappiamo tutti com’è andata a finire: dopo il teatrino di “E’ stata lei, la donna che TU mi ha messo accanto” e “E’ stato il serpente, che peraltro lo hai creato TU e quindi potevi evitare di farlo”…dopo queste patetiche scuse che conosciamo bene perché lo facciamo anche noi, il Signore ci ha chiuso le porte del paradiso e ci siamo giocati la vita eterna fino all’arrivo, grazie a Dio, di Gesù.

Ma non divaghiamo, dicevo del giudizio sulle persone, che chiameremo per convenzione FRATELLI, perché così desidera nostro Signore.

Quando spariamo a zero sul fratello ci poniamo come modello, dicevo. Quindi cosa succederà quando saremo noi stessi a deluderci? Abbiamo sbagliato, abbiamo ferito, ucciso, mentito, tradito; non avremmo mai pensato di farlo. Non me lo posso perdonare.

A me è capitato, è per questo motivo che ne parlo. Durante i nove mesi di separazione mi sono trasformata in una donna diversa passando dalle fasi seguenti:

  • allora non mi hai mai amata, sono una stupida perché non me ne sono accorta prima
  • allora mi ha deluso e presa in giro per 23 anni quindi ti odio
  • allora i figli devono sapere quanto sei ignobile e non risparmierò loro nemmeno una virgola di “verità”
  • allora ti faccio guerra e in tribunale ti ridurrò alla fame
  • allora ti rovinerò la reputazione con amici e parenti….

Insomma, quando nel matrimonio non si invitano Gesù e Maria, si possono fare salti mortali anche per 23 anni cercando di sostenere l’insostenibile, ma alla fine si fanno i conti con la propria umanità fatta di limiti e incapacità di perdonare e chiedere perdono col cuore.

Dopo l’incontro con Gesù e la conseguente conversione di entrambi e quindi la nostra  riconciliazione, ho trascorso i primi tempi della mia vita nuova a cercare di perdonare quella persona di cui sopra: quella me stessa orgogliosa, esigente, ricca di pretese e povera di misericordia. Non riuscivo a credere di aver fatto quelle cose, le stesse per cui avevo giudicato gli altri. Non potevo accettare di essere stata così stupida e spietata.

Fino a quando, un giorno in cui mi trovavo come al solito nella Valle del Lamento, nota località ai piedi del monte Maperchèproprioame, incontrai una ragazza di circa 20 anni che con fare deciso e severo mi disse: Adesso basta mamma! Smettila con questa storia. Sei una presuntuosa! Chi ti credi di essere? l’Immacolata senza peccato? Benvenuta nel club dei comuni mortali che quando si allontanano da Dio combinano disastri. Meno male che Lui ci perdona se abbiamo l’umiltà di chiedere perdono e soprattutto di accettarlo”.

Restai senza parole. E questo per me è davvero strano.

Riflettei sulle parole di Tea: ero presuntuosa, non umile e avevo poca fede perché non credevo nel perdono di Dio.

Mi vennero in mente le parole di Gesù a Santa Faustina:

Oh! quanto Mi ferisce la diffidenza di un’anima! Tale anima riconosce che sono santo e giusto, e non crede che Io sono misericordioso, non ha fiducia nella Mia bontà. Anche i demoni ammirano la Mia giustizia, ma non credono alla Mia bontà.

Decisi che non potevo mettermi a giudicare anche Gesù. Se Lui mi amava così tanto da perdonarmi, chi ero io per dire “no, grazie”?

Gesù mi aveva detto “e mo’ bbasta” attraverso mia figlia, poco più che una ragazzina. Il salmo 8 dice infatti:

Con la bocca dei bimbi e dei lattanti
affermi la tua potenza contro i tuoi avversari,
per ridurre al silenzio nemici e ribelli.

Il mio avversario era lui, l’inquilino del piano di sotto, il falso e accusatore, quello che ti istiga al male poi ti dice “ammazza che schifo che fai! Non oserai andare a confessarti? Cosa penserà di te il tuo parroco? Chissà cosa penserà la gente!!! Sei una creatura indegna, Dio si vergognerà di te…”

E così Dio lo aveva ridotto al silenzio.

Ma siccome tutto concorre al bene delle creature che amano Dio, quelle cadute ed altri peccati mi servono per comprendere che i fratelli che stanno commettendo dei peccati sono solo vittime (più o meno consapevoli e più o meno consenzienti), caduti nella trappola del nemico. Misericordia non è negare l’evidenza del peccato, ma non etichettare la persona e cercare di liberarla dalla trappola. Con la propria amicizia se possibile, e, indispensabile, con molta Preghiera. Il fattore P è insostituibile. A volte è il solo possibile.

Perdonare se stessi quindi è necessario per poter iniziare a intravedere il cammino verso l’umiltà. E’ riconoscersi bisognosi del perdono di Dio e contemplare la sua misericordia che supera ogni umana immaginazione.

Mi viene in mente quel fatto accaduto ad un penitente che si recò dal Santo curato d’Ars. Non riusciva a confessare i peccati dalla vergogna e dalle lacrime. Il Santo gli suggerì di scrivere tutti i peccati su di un foglio e di consegnarglielo appena  terminato, in confessionale. Il giorno dopo l’uomo ritornò e consegnò il foglio come richiesto. Il Curato lo lesse, perdonò il penitente che se ne tornò a casa felice di aver ricevuto una tale grazia. Una volta a casa aprì il foglio per rileggere i peccati ma…il foglio, con suo grande stupore, era bianco. Immacolato.

Dio non solo perdona ma dimentica e fa di noi creature nuove. Ci ri-genera ad ogni confessione. Non è meraviglioso?

Noi siamo giudici spietati con noi stessi e così lo diventiamo con gli altri. Ma siamo perdonati, se lo desideriamo, perché siamo figli, riscattati e pagati a caro prezzo. Ognuno di noi vale il sangue di Cristo.

Dio dimentica, ma noi no. Il perdono è guarigione della ferita; essa non fa più male, ma la cicatrice resta, così che io la possa guardare e ricordare fin dove si è spinto Gesù per venire a prendermi e portarmi in salvo.

Chi ha molto da farsi perdonare avrà più motivo per ringraziare e lodare il Signore, perché un conto è sapere che ti è stato condonato un debito da 100 euro, un altro conto è sapere che hanno stracciato la tua cambiale da 1 milione di euro!

Ecco che, una volta riconciliati con Dio, non possiamo fare a meno di riconciliarci con le creature che egli ama da morire. E fra quelle ci siamo proprio noi.

 

 

 

 

TI PERDONO, PERO’….

perdonoLa parola perdono contiene già in sé il suo significato, cioè qualcosa che viene donata per-dono, come dono.

Ogni dono è gratuito, altrimenti sarebbe merce o moneta di scambio: ti dono il mio perdono ma tu in cambio…

Quante volte ci troviamo a pensare “Come faccio a perdonarlo, dopo quello che mi ha fatto?”

E’ facile parlare di perdono se si pensa a situazioni “lievi”, tipo piccole bugie o comportamenti non conformi alle nostre aspettative: “mi sarei aspettato da lei/lui un comportamento diverso…”, ma se parliamo di tradimenti, di abbandoni o altro, bè, allora la questione cambia.

Come perdonare un coniuge che ci ha tradito o abbandonato? Come perdonare un genitore che per anni ci ha umiliato, svalutato, scoraggiato e che magari ci ha privato di quell’amore di cui avevamo bisogno? Impossibile?

Proviamo a vedere cosa ne pensa Gesù. Ce ne parla nel Vangelo di Matteo al capitolo 18.

Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: «Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette.

Ad una prima lettura ho pensato: “Ammazza che braccino corto Pietro! Chiede se dobbiamo perdonare solamente fino a sette volte!” e sorrido pensando a quanto fosse umanamente fragile quell’uomo chiamato a guidare la chiesa delle origini.

Ma poi mi fermo a riflettere: in effetti sette volte pare poco, ma poi mi chiedo: io sarei in grado di perdonare sette volte un tradimento di mio marito con un’altra donna? Sette volte un’amica che mi mente e mi tradisce? Sette volte un ladro che ruba la mia auto?

Sette volte è tantissimo!

Ma Gesù è molto esigente e dice “No, non sette ma settanta volte sette”. Cioè sempre.

Sembra una richiesta assurda, ma noi non vorremmo mai contraddire Gesù che ne sa sempre più di noi; quindi continuiamo a leggere quello che dice in proposito. Gesù aveva intuito che Pietro e le generazioni a seguire (cioè noi), avrebbero faticato a credere che esista un perdono “limitless”. Quindi Gesù ha continuato raccontando questa parabola.

A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito.

Vediamo nel concreto di quantificare il valore dei debiti.

A proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti

Essendo il talento una misura di peso di circa 40 Kg, possiamo calcolare il valore oggi di quel debito:

L’oro oggi vale circa 35 euro al grammo.

1 g = 35 euro; 1 kg = 35.000 euro

1 talento = 35.000 X 40 = 1.400.000 euro

quindi 10.000 talenti valgono 14.000.000.000

QUATTORDICIMILIARDIDIEURO!!!

La domanda sorge spontanea: ma come cavolo hai fatto ad accumulare un debito così assurdo? Che vita hai fatto? Usando ogni tuo talento per buttarlo al vento, per soddisfare solo i tuoi appetiti, vivendo al di sopra delle tue possibilità, come se fossi ricco come Bill Gates, oppure potente come il presidente americano. Ma non è finita:

gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa.

“Abbi pazienza”, quindi la colpa è del re che non ha pazienza… “e ti restituirò ogni cosa”. Ma sei fuori? No, dico, QUATTORDICIMILIARDI di debito e tu dici “e ti restituirò ogni cosa”???

Ma hai una vaga idea di quanto sia sproporzionato il debito che hai accumulato rispetto al tuo misero stipendio, alle tue possibilità di rifonderlo? Ci vorrebbero migliaia di vite di lavoro.

Ma chi ti credi di essere? Forse Dio?

Quindi non hai né la consapevolezza del tuo debito, né del tuo limite, né della bontà del tuo re che ti ha condonato quella voragine (pagando quindi di tasca sua i tuoi disastri), ma, peggio ancora, non hai imparato niente perché:

Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito.

 

Vediamo il valore di 100 denari: 1 denaro corrispondeva ad una giornata di lavoro, quindi

100 denari = 100 giornate lavorative di un operaio (5 mesi di stipendio)

Calcoliamo uno stipendio medio di 1.200 euro, moltiplicati per 5 fanno 6.000 euro.

6.000 euro contro 14.000.000.000 di euro.

E lui che fa? lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito.

E siamo proprio così. Un torto subito per noi è incalcolabile, un torto commesso invece è perdonabile.

Ma io non ho mai rubato, non ho mai ucciso, non ho mai fatto del male a nessuno.

Se consideriamo quanto ha pagato per noi Gesù, per liberarci dalla schiavitù del peccato e dalla morte, donando il suo sangue per noi, possiamo comprendere la sua frase “siete stati pagati a caro prezzo”. Siamo costati il sangue di Cristo. Questo è davvero consolante, anzi ENTUSIASMANTE! Ma quanto mi ama Dio? Da morire.

Ho vissuto 40 anni lontana da Dio e se non sono arrivata a 14.000.000.000 di debito, forse li ho anche superati: non mi sono mai preoccupata di dover salvare la mia anima, cioè la mia vita, perché credevo di esserne l’unica proprietaria, titolare di ogni istante e quindi in grado di decidere cosa fosse bene e male per me. Non ho mai amato incondizionatamente, ma sempre per essere ricambiata. Non ho mai ringraziato Dio per ogni dono, proprio come una figlia viziata e prepotente a cui tutto è dovuto. Ho data per scontata ogni grazia: la vita, la salute, la famiglia, il lavoro, ecce cc.

Ho gettato al vento ogni giorno della mia vita, che è un dono costosissimo: vale il sangue di Cristo. E’ una moneta senza confronti.

Solo se comprendiamo l’entità del nostro debito potremo capire l’immensità del suo perdono. Che ci viene donato, ma solo se richiesto. E una volta che avremo iniziato a comprendere l’immensità del suo amore, allora potranno nascere in noi la gratitudine e il desiderio di donare lo stesso perdono ai fratelli.

Il perdono è un dono, ma non è umano. Va chiesto al “Capo”. Lui ne ha a volontà.

Vediamo cosa ne pensa Gesù del NON PERDONO, invece:

quando i discepoli dissero a Gesù: ”Signore, insegnaci a pregare”, Gesù insegnò a loro e a noi la preghiera del Padre nostro. Che ad un certo punto dice: rimetti a noi i nostri debiti COME NOI LI RIMETTIAMO AI NOSTRI DEBITORI.

Pericolosissimo il Padre nostro!

Stiamo dicendo a Dio: guarda come perdono io e tu fai lo stesso con me.

Infatti, la parabola da cui siamo partiti termina così:

Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello.

 

Non ci resta quindi che chiedere a Gesù: Signore, fammi vedere la mia miseria (magari non tutta in una volta), e mostrami cosa non va nella mia vita, nel mio passato, nelle mie relazioni, nei miei affetti, nel mio tempo libero, nei miei pensieri e desideri, nel mio linguaggio. Manda il tuo Santo Spirito perché illumini le zone buie del mio cuore e mi permetta di consegnarle Te, mio medico e mio maestro, mio amico e mio tutto.

Desideriamo ringraziarti per quanto ci hai perdonato, Signore, ma vogliamo essere sempre più conformi al progetto di bene che hai per noi. Insegnaci ad amare, insegnaci a perdonare, insegnaci ad accoglierti come Signore della nostra vita e Padre di misericordia.

Nelle prossime puntate vedremo COME perdonare e soprattutto CHI perdonare.

Buon cammino a tutti nella gioia di sa che è amato da morire.

 

 

 

MA QUALE AMORE?

Dopo aver parlato degli idoli, agenti di distruzione (nel matrimonio sono causa di separazione) vorrei affrontare l’argomento AMORE.

Lo faccio in punta di piedi consapevole che parlare di amore è parlare di Dio, che ne è l’inventore e la materia.
L’amore secondo il progetto di Dio è come al solito “rovesciato” rispetto all’idea di amore che il mondo ci insegna.

Immaginiamo una storia comune a molti. Per esempio la mia:

Un ragazzo e una ragazza si incontrano e si scelgono perché ciascuno risponde al desiderio dell’altro, di essere amato, riconosciuto, rispettato, considerato, apprezzato, desiderato, ecc. ecc.
Tu mi appaghi, mi soddisfi, quindi hai superato il test di ammissione: ti sposo, sei mio/mia per sempre.
Che bello, ora la vita nuova è entusiasmante, quante novità, che gioia stare insieme.

Certo, a volte non sei proprio Mr./Mss Simpatia, ma tutto sommato mi piaci lo stesso.

Quando ti ho sposato eri più magro. Quando eravamo fidanzati avevi più attenzioni. Quando eravamo fidanzati si faceva l’amore più spesso. E’ ora di fare un figlio, cosi diamo una sferzata di novità alla coppia. Che bello avere un cucciolo che sarà parte di te e di me, avrà i tuoi occhi, i miei capelli, il tuo sorriso….
Poi, a Dio piacendo, arrivano i bambini. E non è tutto così romantico come ci eravamo immaginati. Eravamo i registi di un film di cui avevamo scritto anche la sceneggiatura, ma qualcosa non è andato secondo copione.

Già, perché noi volevamo avere in mano la nostra vita e pianificarla nel dettaglio. Nessuno mi aveva avvertita (o forse sì?) che non avrei dormito per mesi, che avrei dovuto correre in pronto soccorso in piena notte o che non sarei rientrata nei miei blue jeans. E che dire poi delle divergenze di coppia sulle questioni educative? Famiglie diverse, esperienze diverse, stili e princìpi diversi.
Questo bambino crescerà come dico io, non farò gli errori che hanno fatto mia madre, mio padre e tante famiglie che conosco. Ci penserò io a educarlo per affrontare la vita secondo il mio copione, la mia regia.
E così il tempo passa, e quel ragazzo con i capelli lunghi e lo sguardo profondo assomiglia sempre meno a questo essere che divide il letto con me. E questo adolescente che bigia la scuola e la sorella che si fa sbattere fuori dal centro estivo parrocchiale non assomigliano affatto ai figli della famiglia del mulino bianco che abitavano nella mia testa. Ancora un fuori programma! Questo è un ammutinamento!
Sai che c’è? Siamo onesti, i figli ormai sono grandi, guardiamoci in faccia. Ma noi ci amiamo ancora? Tu mi ami? No. Non è colpa mia, cosa ci posso fare? Mi vuoi fare violenza?
E allora, siccome “al cuor non si comanda”, oppure “va dove ti porta il cuore” ciascuno è andato dove il proprio cuore lo portava: lontano dall’altro, lontano da Dio.
Ecco, un campionario di errori compiuti a causa dell’amore egoistico, che in quanto amore non può essere egoistico. Se no, non è.
Il fidanzamento è un tempo di prova in cui fare discernimento alla luce dello Spirito Santo e vivere in grazia di Dio per comprendere la volontà divina: lo Spirito parla da vicino perché parla al cuore, se siamo separati da Lui dal peccato, non riusciamo a sentirlo. Il peccato rende sordi e ciechi, avvolge il cuore nella pietra e non permette un giudizio vero sulla realtà. Com’è possibile prendere una decisione sul “per sempre” scegliendo ad occhi, orecchie e cuore chiusi?
La scelta sarà egoistica. Ti scelgo perché mi soddisfi. E quando non mi soddisferai più?
Invece Dio ci insegna altro:
ti sposo perché voglio diventare santa con te e donarmi completamente a te. Ti scelgo perché voglio crescere nell’amore verso Dio e verso te e insieme verso i figli che arriveranno e le persone che incontreremo.
Ti sposo perché mi fido di Dio e so che ci darà la forza di superare le burrasche che certamente arriveranno. Ti sposo perché intravedo in te lo stesso desiderio di eternità, perché so che il tuo cuore cerca il Signore proprio come il mio, perché in te abita la stessa certezza che senza di lui non possiamo fare nulla. Ti sposo nella consapevolezza che il matrimonio è l’incontro tra due peccatori e per questo non voglio sentirmi migliore di te. Ti sposo perché so che le promesse che faremo, promesse di fedeltà in salute e in malattia, in ricchezza e povertà, nella buona e cattiva sorte, sono impossibili da mantenere umanamente, ma so che entrambi (oppure anche uno solo di noi) chiederemo aiuto a Gesù, che è presente nella nostra coppia e non è di disturbo, anzi, è il “terzo comodo”!
Ti sposo perché so che entrambi consideriamo un dono e non un diritto il dare alla luce dei figli. Quei figli che non sono nostri, ma di Dio, che ha tanta stima di noi che ce li dona affinché li accompagniamo all’incontro con Lui. Quei figli di Dio che soffriranno anche per i nostri errori, ma che noi furbescamente ridoneremo a Gesù e a Maria perché risanino i loro cuori dalle ferite da noi provocate.
E in tutto questo cammino vogliamo imparare ad amare sempre meglio e sempre di più, insieme, perché capiamo che volere bene significa prima di tutto VOLERE IL BENE.
E qual è il bene più grande che possiamo desiderare per i nostri cari, se non la salvezza?

E allora farò di tutto per aiutarti a stare lontano dalla tentazione, per servirti, accoglierti e accompagnarti. Che tu sia il mio fidanzato/a, mio marito, mia moglie o mio figlio. Nella carità ma sempre e solo nella verità.
Ti voglio bene se ti accolgo così come sei, senza la pretesa di cambiarti per conformarti all’immagine ideale di te che ho nella mia testa, perché altrimenti ti sentirai giudicato e non accolto, disprezzato e non amato. L’amore non ha condizione, per questo è eterno.
Siamo stati progettati per amare così, perché è difficile incontrare una madre che dica: mio figlio non era più lo stesso, così ho smesso di amarlo. No. Quando ci alziamo quindici volte per notte perché gli strilli del pargolo trapassano i timpani e ci preoccupano anche se sappiamo che “fa così ogni notte”, in quel momento il cuore non palpita d’amore e non ci vengono le lacrime agli occhi dalla commozione. Vorremmo piuttosto urlare in faccia al piccolo mostro BASTAAAA. Ma se qualcuno ci chiede “Lo ami, tuo figlio?” risponderemmo indignati “ma che razza di domanda è??? Una madre ama suo figlio anche se la fa impazzire, anche se non è perfetto!”.
Con un figlio è più facile, vero? Eppure non lo scegliamo, prendiamo quello che ci viene donato.
Non si capisce perché col marito e con la moglie la fatica sia diversa. E quelli sì che ce li scegliamo. Li scegliamo proprio noi! Però quando non rispondono più ai nostri desideri egoistici di essere amati, incensati, adorati….allora basta, non ti amo più, mi vuoi fare violenza?
Quante volte il significato della parola amore è stravolto, strapazzato, sporcato.
Amare è una decisione, non una sensazione. Amare è prendere la ferma decisione di compiere atti d’amore. Sì, anche quando non ne abbiamo voglia.
“Tesoro cominceresti a sparecchiare che devo cambiare il pannolino al bambino?”
“Non posso, sto componendo un sonetto sulla bellezza dei tuoi capelli”
A volte siamo così: paradossali. Prepariamo feste a sorpresa per il coniuge, spendiamo cifre astronomiche per regali ad effetto, diciamo parole poetiche, dichiariamo il nostro amore infinito, poi…davanti ad una spazzatura da buttare o la spesa da fare reagiamo come se fossimo chiamati al martirio. Lavoro tutto il giorno, ho diritto ai miei spazi. E io sono in casa da questa mattina, ho diritto ad un po’ di pace.

Eppure la santità passa attraverso questi piccoli gesti, si cresce quando impariamo a mettere le esigenze dell’altro davanti alle nostre, quando smettiamo di lavorare per il cambiamento dell’altro e iniziamo ad impegnarci per cambiare noi stessi secondo il progetto del “Costruttore”.
Signore Gesù, Tu che hai vissuto nella carne il tuo amore per noi, che ci hai insegnato che amare è donarsi all’altro, che amare è morire a se stessi, che amare è vincere l’egoismo e le pretese, insegnaci ad amare così come ami Tu, gratuitamente e infinitamente, e fa che impariamo a guardare il nostro coniuge e i nostri figli con quello sguardo di libertà e di misericordia che Tu hai su di noi.
Amen.
P.S.: Le ferite vanno sanate. Per questo la prossima volta parleremo del PERDONO, condizione essenziale per guarire.

L’idolo ti succhia la vita. Dio, invece, te la dona.

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Ma quanto sono belli i comandamenti di Dio? Noi (quelli come me che hanno “fatto il catechismo” negli anni 70) siamo abituati a ripeterli come ordini severi ricevuti dall’Alto:

IO SONO IL SIGNORE DIO TUO: PRIMO, NON AVRAI ALTRO DIO ALL’INFUORI DI ME, SECONDO, NON NOMINARE IL NOME DI DIO INVANO…

Me lo immagino, quel Dio, con l’indice puntato verso di me e le sopracciglia aggrottate. Parla sicuramente con le labbra strette. Ma andiamo a vedere cosa dice davvero la Bibbia, la parte cioè da cui è stata estratta questa formula del catechismo di San Pio X.

Dal libro del Deuteronomio, capitolo 5

Io sono il Signore, il tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla casa di schiavitù. Non avere altri dèi oltre a me.

Allora le cose cambiano! Con estrema dolcezza mi ricorda che lui è MIO, il mio Dio, ma non solo: è quel padre buono che ha fatto scappare i miei padri dal paese dell’oppressore dopo quattrocento anni di schiavitù e li ha quindi liberati e salvati. Per questo mi ricorda che se voglio essere felice non devo affidare la mia vita ad altri se non a Lui.

E la sua azione non si limita a Israele ma a ciascuno di noi. Io personalmente sono stata liberata dopo “soli” quarant’anni. Non per cattiva volontà di Dio, ma a causa della mia durezza di cuore e della mia ostinazione nel cercare risposte al mio desiderio di pienezza ovunque tranne che nel posto giusto.

Siamo fabbricatori di idoli, ne produciamo in serie ogni giorno. La nostra è una continua battaglia nel contrattare tra le cose di Dio e le cose del mondo.

Gli idoli ti succhiano la vita. Vediamo perché.

Nella mia ricerca di senso della vita (che prima o poi capita a tutti di farsi le solite domande tipo cosa faccio da dove vengo e dove vado….) ho tentato di riempire i miei vuoti con parecchi idoli.

Il mio corpo: che bello sentirsi belli, in forma, attivi! sì, ma se questo determina la mia felicità, cosa succederà quando non potrò più andare in palestra per qualsiasi motivo, quando ingrasserò o quando semplicemente invecchierò? Una delle nuove dipendenze, accanto a quella delle slot machines, è proprio quella della chirurgia estetica. Ci sono persone che non si arrendono ai segni del tempo e combattono a colpi di bisturi sino a diventare la caricatura di loro stesse. Ed ecco che l’idolo ti succhiala vita.

Avevo un altro idolo: il mio lavoro. Che bello sentirsi una maestra “acclamata”, richiesta, indispensabile! Non avevo tempo libero, dovevo pensare alla scuola. Ah, se non ci fossi io…

Ma poi un giorno cambia tutto e non ti senti più in comunione con il resto dei colleghi così ti ritrovi a non essere più la colonna portante di tutto l’impianto. Anzi, sei gentilmente pregata di fare le valigie e togliere il disturbo.  E allora? Ecco che sento un po’ di vita che viene risucchiata via da me.

Insomma, questi sono i più evidenti, ma ce ne sono altri che possiamo scovare facendoci questa domanda (magari invochiamo prima lo Spirito Santo, che ci dia luce e coraggio):

C’è qualcosa nella mi vita senza la quale io non vorrei più essere viva? Senza la quale per me non varrebbe più la pena vivere?

Uno degli idoli più subdoli è il figlio. Sì, proprio lui. Non che lui ne abbia colpa, certamente, ciascuno è un dono unico e irripetibile, ma siamo noi che lo mettiamo al posto sbagliato. L’idolo è tutto ciò che mettiamo sul piedistallo al posto di Dio, e qualsiasi soggetto prenda quel trono, sia esso una persona o altro (carriera, oppure il denaro, oppure noi stessi, ecc) servirà solo a deviarci dalla salvezza e dalla gioia già su questa terra perché ogni cosa che non sia Dio ha già scritta su di sé la parola FINE.

Una persona ti può deludere (anzi, certamente a volte ti deluderà perché è un peccatore come me e come te)  lasciare o morire. Per tutto il resto, come ci viene dimostrato quotidianamente dai fatti della vita, non c’è nulla che possa essere perennemente con noi. Nemmeno la casa “che finalmente ho finito di pagare”, nemmeno il posto fisso, nemmeno altro. Il figlio, dicevo, spesso viene investito della funzione di divinità; a lui, tanto atteso, viene chiesto di rispondere  pienamente al nostro desiderio di essere genitore, di essere amati. E spesso (parlo per noi donne) viene messo al posto del marito.

Ho scoperto che è una questione di posti fissi. Se metto al primo posto Dio, mi riempirò del suo amore e del suo perdono, così potrò riversarlo su colui che sta al secondo posto: mio marito. Non i miei figli, ma mio marito. Insieme a lui, riempiti dell’amore d Dio che è l’unico che funziona e ha una garanzia eterna, possiamo amare finalmente i nostri figli.

Nessuno può dare ad altri ciò che non ha: se non mi sento perdonato non potrò perdonare, se non mi sento amato non potrò amare. Il datore dei doni di cui sopra è sempre il nostro Papino, il nostro Abbà: Dio.

Ciò di cui ha bisogno un bambino non sono un papà e una mamma che lo amano, perché anche i figli dei separati li hanno. Un bambino ha bisogno di un papà e di una mamma che SI amino e INSIEME LO amino.

Io lo posso dire perché l’ho sperimentato: i miei due figli durante quei nove mesi di separazione con mio marito erano amati da entrambi, ma infelici. Era stato tolto loro ciò che avevano di più caro: l’amore tra i genitori.

Insomma, gli doli ci minacciano ogni giorno ma ci danno l’opportunità di crescere nel distacco e nell’affidamento continuo per imparare a vivere come un bambino in braccio a sua madre

Tutto il discorso fatto non significa che bisogni vivere diventando pigri e obesi, o privandoci di ogni cosa, oppure lavorando con superficialità. Significa piuttosto che dobbiamo vivere come da consigli di San Paolo:

“quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; coloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!”

Amo il mio lavoro, ma non è la mia ragione di vita. Amo mio marito e i miei figli e tremo all’idea di perderli, ma devo guardare tutto in un’ottica di eternità e con gli occhi della fede se non voglio distruggermi la mente e il cuore. Mi fido di Dio, non mi ha mai delusa.

A proposito della ricchezza: alcuni santi erano ricchi e potenti, troviamo santi tra re, regine e imperatrici e non tutti hanno rinunciato alle ricchezze come san Francesco. Si sono fatti amministratori della provvidenza divina. Non conta ciò che abbiamo o che non abbiamo, ma come ci mettiamo in relazione con ogni bene, talento, persona. “Fate tutto per la gloria di Dio”, ci ricorda San Paolo.

E noi ci proviamo.

Con fatica e con gioia, accompagnati da Gesù.

P.S.: La mia amica Anna dice sempre: Chiediamoci dove stiamo attaccando il nostro cordone ombelicale: a chi stiamo chiedendo nutrimento, vita?

 

FERITE E CEROTTI

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Una delle cause della fine di un matrimonio è la malasanità. Con ciò non intendo la cattiva gestione dello stato del sistema ospedaliero, ma il modo personale o di coppia con cui si cercano di “guarire” le ferite dell’anima.

Quali sono le ferite?

La ferita di un coltello affonda tanto più in profondità quanto più la persona è vicina a noi, quindi il coniuge è sicuramente (o dovrebbe essere) la persona più vicina al nostro cuore, quindi colui che ha il potere di provocare le lacerazioni più significative.

Esistono ferite superficiali e altre più profonde, con cui gli sposi devono fare i conti.

Quelle superficiali sono subdole perché si ripetono nel tempo, si consolidano nel quotidiano ed entrano a far parte del nostro stile comunicativo: non ci si parla guardandosi negli occhi, si ascolta superficialmente, ci si dimentica di ringraziare, ci si prende in giro anche in pubblico, ci si accusa davanti agli amici con fare scherzoso, ci si giustifica in risposta ad una osservazione senza cercare di comprendere il proprio errore, si dimenticano compleanni ed anniversari, si perde la pazienza rispondendo duramente magari con parole volgari, ecc. ecc.

Le ferite più profonde invece sono più evidenti e difficili da risanare: un tradimento, un’accusa pesante, un modo offensivo ed egoistico di approcciarsi al rapporto intimo coniugale.

Sì, perché gli sposi si feriscono profondamente proprio quando devono diventare una sola carne.

E’ quello il momento in cui lo Spirito Santo scende sulla coppia unita nel sacro vincolo del matrimonio e ravviva il loro amore riempiendolo di grazia che si riverserà su tutta la famiglia.

Ricordo una decina di anni fa, prima di incontrare il più bello tra i figli dell’uomo (mio marito è il secondo, subito dopo Gesù) credevo che la chiesa dicesse: “fate l’amore solo per avere figli!”

Mi ci è voluta una settimana intensiva di seminario per gli sposi studiando le catechesi di S. Giovanni Paolo II per capire che la chiesa dice invece: FATELO BENE E FATELO SPESSO.

E’ il “come” che ci frega.

Non abbiamo idea di come la relazione coniugale nell’atto proprio del matrimonio venga sporcata dalla pornografia che ci circonda. La mentalità del mondo ci accompagna ad un’idea di amore, di sesso, di femminilità e mascolinità totalmente deviata dal progetto originale di Dio.

Ed ecco che quell’atto che dovrebbe fare crescere la coppia nell’amore e nella santità è invece il primo a subire gli effetti del tempo. Gli sposi riescono ad avere rapporti sessuali regolarmente durante il fidanzamento, cioè quando ciò è peccato, ma non hanno più stimoli quando sono sposati, cioè quando diventa un momento di grazia.

Ma chissà come mai….?

Dobbiamo ripartire da capo. Anzi: DAL CAPO, che è Cristo.

E’ solo vivendo ogni istante con Lui, ogni relazione, ogni progetto di vita, ogni decisione e ogni cambiamento che possiamo mettere la nostra vita e il nostro matrimonio sulla via della gioia.

Agli sposi, nel giorno delle nozze auguro sempre: “Che questo sia il giorno MENO FELICE della vostra vita” Perché??!!! Perché da qui in poi, se vi metterete alla scuola di Gesù, il vostro amore crescerà giorno per giorno, fino alla fine.

Ma vediamo ora quali sono i casi di malasanità, quali sono i cerotti che usiamo per curare le ferite. Io sono un’esperta in materia, perché prima di andare dal Medico dell’anima ho passato anni di cure fai-da-te, su consigli di amici o su proprie ispirazioni.

Visto che il nostro matrimonio faceva acqua da tutte le parti, anzi più che acqua direi che perdeva sangue, per via delle ferite ricevute e inflitte in 23 anni, decidemmo di curarle con quanto segue:

  • corso di teatro e relativo ingresso in una compagnia stabile
  • corso di hip hop, danza moderna, break dance, latino americano
  • viaggi e vacanze
  • cambio di lavoro e apertura di una scuola dell’infanzia
  • dieta e palestra per scolpire il corpo
  • cene con amici a stordirsi di chiacchiere inutili

Niente. Cerotti inutili. Il male di vivere persisteva e le ferite, sotto a quei cerotti,  facevano pus.

Ma quando eravamo felici?? Quando avevamo i bambini piccoli!

Ecco la soluzione! Facciamo altri figli!

Quante volte i figli vengono usati come soluzione e non accolti come dono? Quante volte vengono usati come sostituti di Dio?

Ma di questo parleremo la prossima volta, affrontando l’argomento “Gli idoli ci succhiano la vita, Dio invece ce la dona”